UNIVERSITE EUROPEENNE JEAN MONNET – BRUXELLES

Corso di Diploma
in
Counsellor professionale
Ad indirizzo Ipnologico costruttivista

(Operatore professionale nelle relazioni di aiuto psicologico)

DAL BRUCO ALLA FARFALLA: LA METAMORFOSI COME PROCESSO DI CAMBIAMENTO ATTRAVERSO L’IPNOSI,

FILO CONDUTTORE NELLE TECNICHE DI GUARIGIONE ENERGETICA

Relatore: dott. Marco CHISOTTI

Candidato: Giampaolo GREGGIO

Anno accademico 2004/2005


PARTE PRIMA


RIASSUNTO

Da diversi anni mi dedico con passione allo studio delle tecniche naturali di guarigione e dell’uso dell’energia, mediante l’imposizione delle mani, quali pranoterapia, uso dei cristalli, reiki…
Questo mi ha permesso di entrare in contatto con persone diverse, ognuna con problematiche e disagi differenti, ma soprattutto individui alla ricerca di aiuto e comprensione.
Ho intrapreso il percorso di studi del counselling in ipnosi costruttivista, con indirizzo relazione d’aiuto, per dare una base più scientifica ai miei interventi e perché, mano a mano che vado avanti nello studio mi rendo conto, sempre più, che l’ipnosi è il principio terapeutico che sta alla base di ogni terapia energetica che applico nei miei interventi di counselling.
La sincronia che si crea tra me ed il cliente, l’emotività che si scatena (la quale è il motore di ogni piccolo cambiamento), l’abbassamento della critica, che permette alla persona di avere fiducia in me e nelle tecniche che propongo, l’aspettativa che qualcosa di nuovo e diverso possa avvenire e che quindi qualcosa cambierà nella vita del soggetto, stanno alla base dell’ipnosi.
Inaspettatamente, mi sono reso conto che questi meccanismi sono contenuti all’interno delle tecniche energetiche che uso per trattare i miei clienti dunque, l’ipnosi, è il principio terapeutico che le sostiene tutte quante.
Nella prima parte della mia tesi parlerò di metamorfosi, come meccanismo di cambiamento della persona e traccerò un percorso che va dalle tecniche antiche di guarigione di sciamani e stregoni, fino alle tecniche di guarigione moderna: esse sono molto affini, hanno molto in comune.
Mi occuperò dei rituali che hanno sempre impregnato ogni aspetto della terapia, in ogni tempo e luogo e di come ogni sintomo sia un messaggio del corpo che qualcosa al suo interno non va come dovrebbe; mente e corpo non sono disgiunte, ma lavorano insieme e, insieme, quando hanno un disagio lo esternano con un sintomo.
Nella seconda parte del lavoro descriverò alcuni casi che ho trattato nel tentativo di portare la persona verso un possibile cambiamento.

PREMESSA

“Il vero atto di scoprire non consiste nel trovare nuove terre, ma nel vedere con occhi nuovi”. Marcel Proust

Da diversi anni mi dedico con passione allo studio delle tecniche naturali di guarigione e dell’uso dell’energia, mediante l’imposizione delle mani (pranoterapia, uso dei cristalli, reiki…).
Questo mi ha permesso di entrare in contatto con persone diverse, ognuna con problematiche e disagi differenti, ma soprattutto individui alla ricerca di aiuto e comprensione.
All’inizio il mio lavoro era basato sull’intuizione, sulla mia sensibilità e sulla fiducia che, coloro che entravano in contatto con me, mi accordavano.
Con il passare del tempo ho sentito l’esigenza di dare una base più scientifica ai miei trattamenti; perciò ho deciso di intraprendere questo percorso di studio nel campo dell’ipnosi e della relazione di aiuto.
Oltretutto mi sto rendendo conto, sempre più, che il lavoro con l’energia che pratico ha al suo interno l’ipnosi , come principio terapeutico.
Sin dagli albori della storia si parla di energia. Le diverse civiltà, nei secoli, hanno prodotto e diffuso diversi concetti, sviluppandoli talvolta, in veri e propri culti.
Gli indiani concepivano che alla base di ogni forma di vita c’è un’energia vitale universale, chiamata Praña.
I cinesi definivano l’energia presente in tutta la materia Chi, all’interno del quale esiste una contrapposizione di forze, dette yin e yang, cioè negativo e positivo, che generano l’equilibrio perfetto.
Pitagora ci descrive l’Energia Vitale nell’essere umano come una forza “Iuminosa”, capace di curare.
Paracelso parla della Forza Vitale dell’individuo come di una forza capace di risanarlo e di favorirne la crescita spirituale.
Continue ricerche scientifiche e sperimentazioni sull’esistenza nell’uomo di energie diverse da quella “fisico – corporea”, hanno portato alla scoperta di un fluido magnetico che penetra ogni materia, definito Fluido Universale fatto di “puro spirito vitale”.
Nello stesso modo in cui i popoli antichi parlavano dell’esistenza di un’Energia Universale, nel XIX secolo, Franz Anton Mesmer, uno dei principali esponenti della storia dell’ipnosi, postulò l’esistenza di un tipo di energia che chiamò “Magnetismo Animale”. Egli sosteneva che il fluido universale era presente in ogni tipo di materia (il sole, i pianeti, le piante, gli animali) e da loro si trasmetteva all’uomo.
La malattia, affermava, consisterebbe in una disarmonia nella distribuzione di questo fluido, che può essere risanato indirizzando nell’organismo il fluido vitale, riequilibratore, proveniente da un magnete.
La credenza nelle proprietà magnetiche del corpo umano e nel potere terapeutico del magnete, era già diffusa nel Medioevo; ma Mesmer, presto abbandonò il magnetismo minerale, per occuparsi solamente del magnetismo animale. Egli dimostrò che, quasi ogni cosa (e non solo la calamita), poteva condurre il flusso magnetico: tale fluido è simile a quello elettrico, potendo essere accumulato ed agire a distanza.
La scoperta del campo energetico presente nell’Universo, pone in comune molte proprietà di questo, con il campo elettromagnetico. La presenza in esso delle due polarità che si attraggono e si respingono, ricalca il concetto “yin e yang” cinesi.
Dimostrato che questa energia è presente nel corpo umano, viene rappresentata la parte sinistra di esso come polo negativo e la parte destra come polo positivo.
Seppure siano energie non misurabili scientificamente, si è raggiunta la consapevolezza della loro esistenza.
Partendo da questi presupposti, nella prima parte del lavoro mi soffermo su cosa si intende per principio terapeutico dell’ipnosi e sul significato della metamorfosi; il cambiamento è il traguardo finale che, chiunque lavori su se stesso, tende a raggiungere.
E’ interessante notare come, in ogni epoca storica e già fin dall’antichità, per letterati, poeti, pittori e artisti di ogni genere, la metamorfosi sia stata oggetto delle loro opere.
La materia vivente è in continuo mutamento, si trasforma e i processi di cambiamento di cose e persone hanno da sempre destato curiosità e timore.
Le cose che non si potevano, o non si sapevano spiegare, diventavano oggetto di magia e di pratiche occulte.
La scienza e, in particolare la psicologia e la psicoanalisi, rifiutavano la magia ma, alla fine, si è dovuto ammettere che qualcosa avveniva nelle persone, anche attraverso queste pratiche.
Oggi il giudizio è meno negativo; è stato dimostrato da ricerche storiche ed antropologiche che ci potrebbe essere un’affinità tra guarigioni sciamaniche, di stregoni e popoli primitivi e quelle che avvengono attraverso i processi psicoterapeutici.
E’ fondamentale non dimenticare che mente e corpo, nell’essere umano, non possono essere disgiunti; un malessere fisico prolungato, a lungo andare provoca un disagio psicologico ma, altresì, un disagio psichico porta con sé tutta una serie di manifestazioni di carattere fisiologico.
Olistico è un aggettivo che deriva dal greco e che significa “il tutto”, quindi l’intero, il totale.
Viene soprattutto riferito alla visione dell’Universo, della Terra, della natura, della vita intesa come globalità che interagisce in un unico armonico.
La visione olistica ci porta a considerare il “tutto”, compresi noi stessi, in una serie di eventi in movimento, in stretta connessione tra loro.
l nostro stesso corpo rappresenta un “globale” che comprende la parte energetica, la parte spirituale e la parte fisica, che esistono insieme e vivono in assoluta e costante relazione tra loro e con ciò che li circonda.
Noi siamo un’infinitesimale particella dell’Universo, ma senza di noi l’Universo non esisterebbe. La nostra esistenza non può prescindere da quella dell’Universo e l’Universo non può prescindere da noi: è tutto uno.
Nella seconda parte del mio lavoro descriverò alcuni casi che ho trattato,cercando di dimostrare come l’ipnosi stia alla base delle terapie energetiche che utilizzo nella relazione d’aiuto e nel counselling, portando la persona verso un possibile cambiamento…

2000 avanti Cristo
– Dottore, dottore, ho mai di gola!
Lo stregone: – Mastica questa radice…
1000 avanti Cristo
Lo sciamano – la radice non serve a nulla;
dì questa preghiera…
1000 dopo Cristo
Lo speziale: – la preghiera da sola non basta,
prendi questo estratto di erbe…
1900 dopo Cristo
Il medico: – Macché radici, macché erbe…
… prenda un’aspirina!
1980 dopo Cristo
Lo specialista: – L’aspirina non basta per questa forma di mai di gola.
Prenda un antibiotico.
2004 dopo Cristo
Il medico specializzato in medicina alternativa: – L’antibiotico ha degli effetti collaterali,
dia retta a me, mastichi questa radice…

1 – PRINCIPIO TERAPEUTICO DELL’IPNOSI

“Senza entusiasmo non si è mai compiuto niente di grande”. Ralph Waldo Emerson

E’ apparentemente difficile definire l’Ipnosi, ma in realtà non si tratta che di un terzo stato di coscienza, al pari del sonno e della veglia caratteristico dell’uomo, come degli animali.
Parliamo di Stato Mentale alternativo, appunto, al sonno ed alla veglia.
Da tempo immemorabile gli uomini utilizzano la lampara per rendere catalettici i pesci e poterli catturare facilmente, i serpenti affascinano le loro prede fissando su di esse lo sguardo ed alcuni rapaci notturni seducono gli uccelli a becco tenero per poterli catturare.
Riti magici, suoni ritmati, danze propiziatrici inducono, dall’alba dell’umanità gli uomini in stato di trance ipnotica per il raggiungimento dei loro obiettivi ed il potenziamento delle loro risorse.
La pubblicità moderna sfrutta ampiamente meccanismi ipnotici e di ancoraggio nell’intento di creare mono – idee condizionanti nel consumatore.
Conoscere e sperimentare la trance è un’esperienza fondamentale per difendersi dai persuasori occulti e poter utilizzare al meglio le proprie risorse mentali.
Durante la percezione, il fenomeno di trance ipnotica guida la ricerca e la consapevolezza a trasformare attivamente l’esperienza in cui ci si trova, immersi in elementi voluti e sentiti come fossero propri; ciò è reso possibile dalla fantastica struttura cosciente del nostro cervello, in grado di emulare per noi realtà diverse, sogni, fantasie, invenzioni, tutte perfettamente credibili e compatibili.
La trance ipnotica non è ricevuta passivamente, né attraverso i sensi, né grazie alla comunicazione; è attivamente costruita dal soggetto “cosciente”.
La funzione terapeutica dell’ipnosi è molteplice: favorendo la suggestione aumenta l’empatia, favorisce una percezione selettiva, aiuta l’esperienza limitandone il criticismo, rende consapevole l’aspetto costruttivo del lavoro cerebrale, permette al soggetto di entrare ed uscire da stati mentali differenti.
L’ipnosi permette l’organizzazione del mondo esperienziale del soggetto attraverso il linguaggio verbale e con la comunicazione corporea; non serve a “scoprire” una realtà oggettiva, bensì permette la costruzione di una realtà ontologicamente stabile, come spazio di comune unità (comunità).
Tutti i tipi di esperienza della trance sono essenzialmente soggettivi.
Per l’individuo l’universo è reale, sia questo uno stato di realtà condiviso, o frutto di un atto creativo del tutto personale, ma non è inesorabile a meno che non scelga di interpretarlo in quel modo. Ogni esperienza é naturalmente influenzabile da un proprio stato di trance, stato di coscienza alternativo alla realtà condivisa, quel margine di adattabilità che ci rende diversi sebbene uguali.

Unità psicofisica

Mente e corpo non sono che due aspetti di uno stesso sistema di informazione per cui sintomi e problemi possono essere ricondotti a disturbi, nel libero flusso di informazioni tra mente, corpo e società al loro interno.

“Quando c’è mancanza di informazione, le nostre capacità di affrontare le cose vengono meno e noi cediamo allo stress”. (Ernest Rossi)

Queste considerazioni si ricollegano ai risultati di numerose ricerche secondo cui lo stato psicofisiologico di un individuo subirebbe alterazioni in seguito a mutamenti incisivi sul suo assetto emozionale. Ad esempio, la morte di una persona cara o di un parente stretto, pare faccia aumentare il rischio di contrarre malattie cardiovascolari o oncologiche e questo è ampliamente supportato dalle statistiche.
La valorizzazione del messaggio emotivo per il benessere psicofisico, già utilizzato nelle più antiche forme di guarigione, si trova anche alla base del moderno approccio ipnoterapico, che così si scrolla definitivamente di dosso l’accusa, mossa a suo tempo da Freud, di curare soltanto i sintomi ignorandone le cause; le cause sono intrinseche ai presupposti attraverso i quali “ordiniamo” la nostra vita.
La natura segue un principio d’economia e, per superare i limiti appresi, occorre riadattare la propria realtà interiore nei confronti di un ambiente esterno in costante mutamento: un processo che si può definire ristrutturazione.
Si potrebbe considerare l’ipnosi e la sua base operativa, l’unità psico – fisica dell’individuo, (mente e corpo), come il “motore” psicologico attraverso cui avvengono le principali forme di “condizionamento”, “cambiamento”, “catarsi”, “iniziazione”, presenti nella vita dell’uomo.
Esistono quattro intensità differenti per il sonno ipnotico, stadi ipnoidali della trance:

Primo stadio: leggero dormiveglia.
Secondo stadio: rilassatezza totale dei. muscoli (facciali in particolare) comodità fisica totale.
Terzo stadio: trance ipnotica profonda, sonnambulica.
Quarto stadio: trance ipnotica profonda.

Emozioni e percezioni, durante la trance ipnotica, variano da persona a persona e così la profondità della trance rappresenta un elemento condizionante.

Ciò significa che una persona in ipnosi al primo stadio avvertirà emozioni e percezioni diverse da quelle che potrà avvertire nel quarto stadio ipnoidale, nell’ipnosi profonda.
Durante l’ipnosi il soggetto, nonostante sia totalmente sensibile al mondo attorno a lui, si può dire che mantiene il suo stato di realtà, alimentandone la costruzione coi segnali che sceglie dall’esterno ed essendo la sua attenzione focalizzata sulla relazione con l’ipnologo, prende come riferimento la perturbazione che gli arriva da quella fonte; nella “realtà” non ci sono dati ma, solo presi e questo succede indistintamente in stato vigile come in quello ipnotico.
Ogni stadio ipnotico, subisce gli influssi del quotidiano provati da una persona, al pari di ogni altro stato mentale vissuto per ogni altro momento della vita.
La trance è un fenomeno normalmente presente in ogni individuo, è il modo attraverso il quale viviamo nella suggestione della nostra vita, ogni più piccola sensazione.
L’acronimo “SE MOLTA FEDE”, attraverso le sue iniziali, aiuta a fissare le tappe di una buona trance (induzione in uno stato alternativo di coscienza):
Il Sincronismo, sincronizzarci con noi stessi, coi nostri tempi, con le altre persone, con
il mondo esterno, attraverso le Emozioni, sviluppando una MOnoidea forte e determinante che mette a fuoco le singole idee sparse in un unico punto di interesse.
La Limitazione del campo di consapevolezza contribuisce a definire in un unico punto la volontà responsabile a raggiungere la Trance.
La conseguenza di questo stato mentale alternativo è l’Attivazione del potenziale mentale personale, un modo per costruire una nuova “realtà” di riferimento, il principio del cambiamento.
La FEnomenologia rende evidente, sia a chi guida l’esperienza ipnotica sia a chi la vive direttamente, lo stato di attivazione della trance.
La DE-trance riporta allo stato di veglia di partenza.
L’esperienza che si vive è unica nel suo genere: ci si trova attori inconsapevoli di un immaginario teatro di vita in cui ritrovare ogni elemento della forza di quella semplicità efficace, di cui deve arricchirsi la psicologia, per poter rappresentare un valido strumento utile oltre che conoscitivo, un sapere quotidiano che, nel costante perfezionamento si fa sapere; quell’esperienza, causa del mondo in cui viviamo, che ne è ne è, al contempo, sua diretta conseguenza.
Per tutti i motivi esposti finora, possiamo affermare che l’ipnosi contiene in sé un principio terapeutico che ritroviamo in tutte le tecniche che applichiamo nel rapporto di counselling, siano esse tecniche fisiologiche di rilassamento, dinamiche mentali o trattamenti energetici.

2 – LA METAMORFOSI

“Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”. Lao Tze

METAMORFOSI: dal greco métamórphosis, cioè trasformazione di un essere o di un oggetto in un altro di natura diversa, come elemento tipico di racconti mitologici o di fantasia, spesso consacrati in opere letterarie, specialmente del
mondo classico. Nelle scienze biologiche è una serie di modificazioni,
strutturali o funzionali, di un organismo vivente, in rapporto allo sviluppo. In senso figurato si tratta di una modificazione vistosa e radicale.

(Devoto, Oli, Vocabolario illustrato della lingua italiana – Vol. 2 – Selezione dal Reader’s Digest – Milano 1980).

Le Metamorfosi possono essere considerate rappresentazioni di miracoli laici, senza provvidenza o guida trascendente. Per questo motivo sono giunte fino a noi e costituiscono dei modelli che hanno segnato profondamente l’esperienza dell’uomo occidentale e rappresentano l’angoscia del ventesimo secolo.
Ovidio aveva concepito la cosiddetta enargeia, tecnica diffusa soprattutto nell’ ekfrasis che si può tradurre con chiarezza visiva.
L’intento di questo artificio retorico era quello di rendere le immagini con le parole, di tradurre una figura o un’opera d’arte in linguaggio verbale nel modo più evidente possibile.
In sostanza queste descrizioni, anche se non fanno riferimento ad una dottrina religiosa, sono miracoli spiegati in tutti i particolari, come se il poeta mostrasse esitazione nel presentarli al lettore e cercasse con la sua arte dell’evidenza di tranquillizzare il lettore e persuaderlo del reale accadimento di questi miracoli.
L’intento persuasivo e didascalico è particolarmente evidente nella prima parte del poema, come se Ovidio esitasse e affrontasse il miracolo con la massima cautela preoccupandosi di renderlo verosimile attraverso il massimo della chiarezza:

Met. I, 550 e segg.

“… In frondem crines, in ramos bracchia crescunt; pes modo tam velox pigris radicibus haeret, ora cacumen habet: remanet nitor unus in illa…”.

Non viene detto semplicemente che la ninfa si trasforma in lauro, ma come ciascuna parte del corpo è trasformata in una singola parte dell’albero, quasi corrispondente. I grandi pittori del Rinascimento hanno colto questa tensione di Ovidio verso l’immagine e hanno riprodotto i miti in tutti i modi possibili. Nell’arte figurativa, fino all’età contemporanea, la metamorfosi è uno dei temi più frequentati da Tiziano, i fiamminghi, Poussain e S. Dalì.
Ovidio sottolinea che alcuni caratteri sono costanti prima e dopo la metamorfosi, per esempio la lucentezza delle foglie dell’alloro è una qualità persistente… Nitor unus in illa…. Il poeta segue anche il criterio dell’economia, che consiste nella narrazione delle trasformazioni dei particolari, in particolari più simili possibile.
I capelli sono la parte del corpo di Dafne più simile alle foglie e si trasformano nella parte dell’albero più corrispondente a quella della ninfa. Quando si arriva a precisare che i rami si trasformano in bracchia, Ovidio fa un gioco comprensibile solo al lettore esperto: nella lingua poetica latina i rami degli alberi spesso sono designati con il termine bracchia.
Questa trasformazione delle bracchia in rami, dunque, non solo è la trasformazione più economica possibile, ma si avvale della designazione metaforica “bracchia” per arrivare alla definizione propria”ramos”.
Per inseguire questo suo criterio usa due termini che nella lingua poetica latina sono sinonimici, perché indicano lo stesso referente. Tutti e due designano i rami dell’albero.
È un messaggio tranquillizzante per il lettore, in quanto pone l’accento non sul mutamento, ma sulla persistenza o somiglianza.
Nelle Metamorfosi il prima e il dopo si configurano come una similitudine, perché il mutamento non collega due esseri molto differenti uno dall’altro, ma il più possibile simili uno all’altro.
Le “Metamorfosi” (“Metamorphoseon libri XV”) sono l’opera più importante e impegnativa di Ovidio, il “poema delle trasformazioni”, che l’autore iniziò a comporre intorno al 3 d.C.; sono in 15 libri di esametri (unica opera, nella sua produzione, scritta in questi versi), contenenti circa 250 miti, uniti tra loro dal tema della trasformazione: uomini o creature del mito si mutano in parti della natura, animata e inanimata.
Le “Metamorfosi” rivelano la loro unicità nella concezione di una natura animata, fatta di miti divenuti materia vivente, partecipe di un tutto che si trasforma: una natura intesa come archivio fremente di storie trascorse, ove è possibile avvertire la presenza di una creatura mitica in un albero, in una fonte, in un sasso.
L’opera inizia dalla più antica trasformazione, quella del Chaos primitivo nel cosmo, sino a pervenire alla trasformazione in astro di Cesare divinizzato e alla celebrazione di Augusto, ripercorrendo in tal modo tutte le fasi del mito e della storia universale, attraverso il motivo conduttore della mutazione continua.
Significativo, ai fini degli intenti intrinseci del poeta, è il discorso che, nel XV libro, Ovidio pone sulle labbra di Pitagora e che contiene una particolare concezione dell’universo, inteso appunto come luogo di eterna trasformazione.
Della trasformazione, Ovidio mette in risalto ora il carattere repentino ora, ancor più, la lentezza graduale, il persistere talora sofferto dell’antica natura nella nuova. Dell’essere umano, che si trasforma in essere arboreo o inanimato, il poeta avverte l’intimo dolore, la coscienza di divenire altro, in una trasmutazione che sembra investire le radici stesse dell’universo.
In Ovidio il mito, oltre che umanizzarsi, si atteggia a splendida favola, ad affresco fastoso, rivela una sensibilità inquieta di creature tormentate che trovano, nel trasformarsi, l’unica via d’uscita a una situazione impossibile, a una passione assurda: nel divenire altra cosa rispetto a una realtà divenuta umanamente intollerabile, esse ritrovano finalmente il loro riscatto.

“La metamorfosi” è anche il tema dominante del racconto più noto di Kafka, uno dei più “impressionanti”, ed è anche quello che si presta alle più disparate interpretazioni.
Innanzi tutto racconta una storia, cosa che non accade nella maggior parte degli altri racconti ed una storia di tipo familiare, quindi, immersa nella quotidianità che ci è consueta (il lavoro, la famiglia, l’interno di un’abitazione), se non fosse che in questa quotidianità si insinuano l’orrore e l’estraneità più assolute e inverosimili. Questa frattura tra la realtà e l’assurdo, rende il racconto “interessante” e “attraente”.
In pratica tutto si incentra su un unico fatto: il giovane Gregor Samsa un mattino si risveglia senza “essere più lui”, perché nel corso della notte si è trasformato, senza nemmeno rendersene conto, in un insetto.
Il processo di autoriconoscimento e autoaccettazione avviene in realtà con maggiore facilità di quanto ci si possa attendere, poiché Gregor non mostra eccessiva meraviglia per il suo nuovo stato, come se lo desse per scontato: le difficoltà maggiori vengono dopo, quando cerca di muoversi “usando” quel corpo cui non è abituato e nei rapporti con la sua famiglia, cui suscita orrore e da cui si sente appena tollerato. A ciò bisogna aggiungere che Kafka è particolarmente bravo ad evidenziare il suo stato di angoscia e disperazione.
Una trama del genere sembra fatta apposta per stimolare il lettore all’interpretazione del testo, a cercare di tradurla secondo schemi logici e ciò può dar luogo a molte e facili interpretazioni. Vediamone alcune: il sogno, cioè la traduzione di una fantasia onirica (Gregor si è appena svegliato, ed è ancora in quella fase in cui non si è ancora ben svegli); una pura fantasia letteraria; una trasformazione in animale sulla scia della tradizione delle fiabe; o, secondo schemi di derivazione psicanalitica, l’espressione di problemi o angosce dell’autore.
In tale ottica non è difficile comprendere il senso della strana trasformazione subita da Gregor ed il significato della relativa allegoria: essa esprime i mutamenti che una grave malattia induce nel corpo e nella psiche, la conseguente difficoltà nell’espletare le attività della vita quotidiana, l’estraneità che il malato prova verso il suo stesso corpo, la difficoltà ad integrarsi nei rapporti con gli altri, nella vita sociale e affettiva, la consapevolezza di essere diventato orribile e repellente a se stesso e agli altri, sensazione accresciuta, soprattutto allora, dal fatto che la malattia da cui Kafka era affetto era una malattia contagiosa e mortale.
La contrapposizione uomo – animale riflette quella tra salute e malattia, riferita a come quest’ultima trasforma la vita.
Kafka nella sua esposizione va oltre: ad una condizione fisica ripugnante si sommano sensi di vergogna e di colpa per il proprio stato, colpa per la svogliatezza sul lavoro o per non poter più mantenere la famiglia, allusa e compresa nel tipo di animale prescelto per la sua raffigurazione, un insetto nocivo o un parassita.
Spezzati i rapporti familiari, perduto il lavoro, costretto a vivere rinchiuso e nascosto, impedito nelle attività più banali, votato alla morte: ecco il quadro che si prospettava per il futuro – affidato da Kafka alle parole di questo racconto.

Il Mito

Quando si parla di mito corriamo con la mente alle smisurate e fantastiche teogonie greche, nelle quali è raccontata ogni sorta di avventura, ma tutte le civiltà hanno le loro epopee divine e ogni mito cela più meraviglie di quelle che non traspaiono.
Anche la Grecia, prima dello sviluppo del pensiero filosofico, era dominata da una cultura prevalentemente orale, il sapere veniva raccontato e non letto, quindi quale miglior modo di insegnare, se non deliziando l’ascoltatore con una storia avvincente?
Per di più nel mito ci sono tutte le risposte alle domande irresolubili sulla vita,sulla forza della sessualità e sul destino ineluttabile: esso assume di conseguenza un valore religioso di esplicazione dei misteri. Questo è dunque il significato e l’importanza del mito presso tutti i popoli: vuole insegnare, divertire, dare una direttiva morale e legittimare il potere religioso.
In Grecia, tuttavia, attorno al VI°sec. a.C. il fenomeno del pensiero libero e razionale cambiò il volto di ogni cosa, anche del mito. Con Platone, soprattutto, che non riterrà il mito una verità mistica ed inattaccabile, ma solo uno modo suggestivo di rappresentazione della verità, un metodo piacevole per esemplificare concetti altrimenti troppo complicati. Molti, nella storia della cultura, utilizzarono immagini mitiche, soprattutto i letterati che variamente vedono i classici come dei modelli, da Dante a Machiavelli, al Foscolo al Leopardi.
Quindi nel mito va vista l’origine stessa della ricerca filosofica, prima come chiaro segnale dell’interesse umano per il sapere, poi nel suo largo impiego per spiegare concetti filosofici complicati.
In effetti sono proprio i Greci, gli antenati diretti della nostra cultura, che ci hanno lasciato il nome stesso di filosofia, oggi correntemente usato nelle lingue occidentali. E’ anche incontestabile il fatto che essi abbiano dato un contributo importantissimo alla separazione di questa attività umana dalle altre e alla sua definizione odierna. Tuttavia, se con filosofia si vuole indicare la riflessione critica che gli uomini compiono su se stessi, sul senso del mondo naturale che li circonda e del mondo sociale artificiale, che le diverse generazioni sono venute creando, è evidente che essa è presente in tutte le civiltà. Cambierà naturalmente il suo nome, avrà forse diversi rapporti con la religione o con le scienze naturali, ma essa esisterà necessariamente in qualche forma.
E’ indubbiamente nella cultura greca che la filosofia ad un certo punto (all’incirca nel IV sec. a. C., dopo la morte di Socrate), venne distinguendosi chiaramente e in modo definitivo dalle altre attività umane, grazie all’opera straordinaria di Platone ed Aristotele. Ma è pur vero che, anche qui, essa aveva avuto un lungo periodo di gestazione e che essa venne alla luce nell’ambito di altre forme di pensiero, con le quali si era per lungo tempo accompagnata.
I miti greci primitivi e le prime opere letterarie della civiltà greca davano, a modo loro, nell’ambito del loro tipo di discorso che non è quello critico e razionale, delle risposte al problema del senso del mondo, della vita e dell’azione umana.
I filosofi hanno poi abbandonato questi originari modi di pensiero, non razionali e non critici. Hanno però anche, per molti versi, ripreso nel contenuto alcune risposte modificandole, ampliandole e soprattutto traducendole in un nuovo linguaggio astratto, all’interno di nuovi contesti letterari.
Certe leggende sono romane, la maggior parte elleniche. Le due mitologie hanno sicuramente, fra di loro, molti punti di contatto ma, prima di incontrarsi, avevano seguito strade distinte e di lunghezza differente. Il pensiero mitico greco è di gran lunga il più ricco e, in fin dei conti, imporrà le sue forme all’altro.
Etimologicamente il termine mythos significa “racconto” e solitamente narra l’origine del mondo (cosmogonia) o di una stirpe, le gesta degli dei immortali e dei semidei o eroi, figli di un dio e di un mortale, ecc. Il mito è una forma espressiva tipica delle cosiddette culture primitive, profondamente diverse dalla nostra. Esso, in effetti, in tali culture risponde a bisogni di tipo emotivo, affettivo, comunicativo e affabulativo, mentre noi abbiamo a disposizione molte forme espressive differenziate per rispondere a questi bisogni (dalla fiaba alla poesia, dalla canzone al melodramma, dalla telenovela al film d’autore).
Molti miti narrano in modo favoloso le origini dei nomi delle cose. Non solo questa spiegazione mitica, ma anche il semplice fatto di dare un nome alle cose per il pensiero arcaico, significa già in parte dominarle. Questo è collegato con un atteggiamento magico nei confronti del mondo e nei popoli primitivi il mito è narrato e cantato, spesso, proprio in occasione di pratiche magiche.
Del resto anche il far risalire dalle gesta degli dei e degli eroi le istituzioni e le usanze sociali e i fenomeni naturali, vuol dire assicurare loro una funzione nell’ordine divino, per cui la ripetizione del racconto mitico è anche un rito ed ha un significato di rassicurazione.
Naturalmente il mito non ha un significato solo simbolico e affabulativo, ma risponde contemporaneamente anche a bisogni di tipo sociale e pratico, legati alla produzione e alla riproduzione della comunità : si accompagna, cantato, ai riti e alle feste della comunità, è cantato anche nelle cerimonie dell’iniziazione alla vita adulta, del matrimonio, dell’inizio della caccia e dei lavori agricoli, della guerra, dell’insediamento di un nuovo capo ecc.
Quindi le sue narrazioni favolose sull’origine del mondo, della stirpe e delle potenze divine presenti nelle cose, non sono semplicemente favole rassicuranti, ma contengono anche elementari informazioni tecniche, geografiche, astronomiche, sugli esseri viventi, ecc., così come prescrizioni sociali, mediche, rituali, ecc. Essendo in forma di narrazione, l’esposizione del mito (spesso cantato e accompagnato da riti e danze) naturalmente è anche opera di poesia, è spettacolo ed intrattenimento.
Ma non è dal punto di vista dei soli contenuti conoscitivi che il confronto deve essere effettuato. Si tenga conto che il modo di pensare mitico non è del tutto cancellato in nessuna delle grandi civiltà successive, nemmeno nella nostra; tuttora permangono idee, metafore, valori, sentimenti, desideri inconsci, comportamenti rituali, ecc., che a vario titolo sono di tipo mitico. Per fare degli esempi significativi, nel linguaggio del calcio ricorre spesso la parola “mito”, così come i comportamenti di massa negli stadi hanno qualcosa di rituale.
In effetti il mito risponde a bisogni espressivi propri anche degli uomini cosiddetti civili, che non possono fare a meno di dare un senso alla propria vita collettiva e individuale, di cogliere il significato del mondo naturale e sociale, di esprimere le proprie aspirazioni e tensioni, attraverso immagini e simboli.

3 – DALLA MAGIA ALLA PSICOLOGIA

“… per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo, io cammino e la sola prova che vale è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando, senza fiato…”. Don Juan – A scuola dallo stregone di C. Castaneda

Le ricerche sistematiche sull’inconscio e sul dinamismo psichico sono relativamente recenti; tuttavia, taluni insegnamenti medici o filosofici del passato, alcuni antichi metodi di guarigione, offrono sorprendenti intuizioni di quelle scoperte sulla mente umana che saremmo portati ad attribuire a un’epoca molto recente.
Per molti anni le descrizioni di cure praticate tra popoli primitivi da sciamani, stregoni, uomini della medicina ecc. non hanno destato l’interesse della psicologia. Quelle descrizioni erano relegate tra le “curiosità”; si pensava che fossero di pertinenza degli storici e degli antropologi. Si riteneva che gli stregoni fossero individui superstiziosi e ignoranti capaci di curare solo quei malati che, in ogni caso, si sarebbero ristabiliti spontaneamente, oppure che fossero pericolosi impostori che sfruttavano la credulità altrui.
Oggi il giudizio è un po’ meno negativo. Lo sviluppo della psicoterapia moderna ha portato i misteri della guarigione psicologica al centro dell’attenzione e ha reso evidente come molti dettagli di tale guarigione non abbiano ancora ricevuto una spiegazione esauriente. Perché certi pazienti reagiscono in modo positivo a un certo tipo di cura, altri invece no? Non lo sappiamo; quindi esaminiamo con favore qualsiasi elemento che mostri di poterci aiutare a risolvere tali problemi.
Sulla base di ricerche storiche e antropologiche è ormai provato come, presso i popoli antichi e presso i primitivi, fossero presenti molti metodi che, anche se in forma diversa, sono oggi impiegati nelle moderne terapie.
L’interesse dello studio delle tecniche primitive di guarigione non è quindi confinato agli antropologi e agli storici, in quanto esse sono la radice da cui, dopo lunga evoluzione, è scaturita la psicoterapia.

La guarigione primitiva

Uno dei primi scienziati che riconobbero l’importanza scientifica della guarigione primitiva fu l’antropologo tedesco Adolf Bastian (1826 -1905). Un giorno, durante le ricerche in loco che condusse in Guiana, affetto da forte emicrania e febbre chiese allo stregone del villaggio di curarlo con i metodi da lui usati abitualmente. Ecco un riassunto della sua esperienza:

“Lo stregone chiese al paziente bianco di recarsi nella sua capanna appena tramontato il sole e di portare con sé la propria amaca e alcune foglie di tabacco. Queste furono messe in una ciotola piena d’acqua; la ciotola fu posata sul pavimento della capanna. La cura era praticata alla presenza di una trentina d’indigeni convenuti per l’occasione. La capanna era priva di finestre e di camino; anche la porta era chiusa e quindi l’interno era buio pesto. Fu comandato al paziente di sdraiarsi sull’amaca e di non fare un gesto, di non alzare né la testa né le mani; se avesse posato i piedi a terra ancora, lo si avvertì, avrebbe rischiato la vita. Su una seconda amaca si stese un ragazzo indigeno che conosceva la lingua inglese: traduceva quel che poteva afferrare della conversazione tra lo stregone e i kenaima (demoni, spiriti). Lo stregone incominciò evocando i kenaima, che in breve tempo presero a manifestare la propria presenza con rumori di ogni fatta, dapprima bassi e attutiti, poi sempre più forti, fino a divenire assordanti. Ogni kenaima aveva la propria voce, che variava secondo la personalità che gli veniva attribuita. Alcuni volavano, o così si voleva far credere: il paziente sentiva il frullo delle ali e avvertiva l’aria smossa passargli sul viso. Si sentì anche toccare e fu abbastanza svelto da strappare, con i denti, alcuni frammenti. Più tardi poté vedere come si trattasse di pezzetti di foglia: rami, evidentemente, agitati dallo stregone.
Sentiva anche il rumore fatto dai demoni, raccogliendo con la lingua le foglie di tabacco da terra. La cerimonia ebbe sul paziente un effetto profondo, fino a farlo cadere gradualmente in un sonno ipnotico. Si svegliava leggermente quando il rumore si allontanava e ricadeva privo di conoscenza appena il rumore cresceva. La cerimonia proseguì per sei ore ed ebbe bruscamente termine quando lo stregone appoggiò la mano sul volto del paziente. Quest’ultimo si alzò, ma l’emicrania continuava ad affliggerlo. Tuttavia lo stregone insistette per farsi pagare la prestazione, affermando di averlo curato. Come prova della guarigione avvenuta esibì un bruco che, asseriva, costituiva la malattia, estratta dal corpo del paziente quando gli aveva posato la mano sulla fronte.
Bastian sottolinea il carattere eccezionale di quella prestazione: l’uomo, per sei ore intere, aveva dato mostra di un’attività fisica intensa e di un’abilità senza pari nel ventriloquio. Sfortunatamente Bastian, che certo non aveva potuto afferrare molto delle parole scambiate tra lo stregone e i kenaima, non parla né del significato della cerimonia né della personalità dello stregone e non sembra neppure essersi preoccupato di raccogliere dati sull’efficacia di tali cure presso pazienti indigeni. Egli insiste sulla necessità di raccogliere altri dati simili perché, dice, la medicina primitiva stava rapidamente scomparendo e quei dati potevano avere un grande valore per la medicina e per l’etnologia”.

A quel tempo era già stato pubblicato un gran numero di dati relativi alla medicina primitiva, ma senza che fossero stati collegati tra loro. Il difficile compito di raccogliere e organizzare queste informazioni fu intrapreso da Bartels. Egli mostrò come alcuni trattamenti impiegati dalla medicina primitiva siano razionali (ad esempio narcotici, unguenti, massaggi, diete ecc.) e costituiscano un primo stadio verso lo sviluppo della medicina moderna e come, invece, molti altri trattamenti siano procedimenti irrazionali basati su erronee teorie della malattia, prive di equivalenti nella medicina scientifica. Esempi di questi ultimi procedimenti sono la ricerca per restituire al paziente l’anima che si suppone egli abbia perduto, l’estrazione della malattia sotto forma di un corpo estraneo (ovviamente prodotto per mezzo di giochi di prestigio), l’espulsione di spiriti maligni ecc. L’elenco di Bartels tuttavia si limitava ancora a essere un mosaico di fatti isolati, tratti da popoli molto diversi tra loro. Dai suoi giorni a oggi, le nostre conoscenze sulla medicina primitiva sono molto aumentate. Oggi possiamo distinguere, con una prospettiva molto più ampia, i tratti specifici della medicina primitiva tra i vari popoli del mondo. Ma non dobbiamo dimenticare che le nostre conoscenze resteranno sempre incomplete. Molte popolazioni primitive erano già scomparse prima che su di esse si potesse condurre una qualsiasi indagine etnologica seria e di quelle che sono sopravvissute, molte hanno conservato solo ricordi distorti delle conoscenze e delle abitudini antiche. Tuttavia, i dati in nostro possesso, ci danno una conoscenza abbastanza accurata dei tratti principali della medicina primitiva, come si può vedere soprattutto nei libri di Buschan e Sigerist.

Forest E. Clements ha distinto cinque principali forme di cura, quali si possono dedurre dalle varie teorie della malattia mediante una “semplicissima forma di ragionamento del tipo causa ed effetto”

TEORIA DELLA MALATTIA

TERAPIA

1. Intrusione di un oggetto malattia 1. Estrazione dell’oggetto malattia
2. Assenza dell’anima. 2. Trovare, richiamare e restituire l’anima perduta.
3. Introduzione di uno spirito a) Esorcismo
b) Estrazione meccanica dello spirito estraneo
c) Trasferimento dello spirito estraneo in un altro essere vivente
4. Infrazione di un tabù 3. Confessione, espiazione
5. Stregoneria* 4. Magia riparatrice.

* La stregoneria è una categoria dove sono presenti diversi rituali di guarigione e comprende un ventaglio di azioni dove la guarigione viene espletata.

Tali forme di terapia sono altamente differenziate fra loro ed è chiaro che, sulla base di queste stesse teorie della malattia, avrebbero potuto essere escogitati molti altri procedimenti. Per esempio, partendo dalla teoria che la malattia sia il risultato dell’intrusione di un oggetto malattia, non vi è alcuna ragione per cui la cura debba essere costituita dall’estrazione dell’oggetto succhiandolo via, piuttosto che mediante uno qualsiasi degli altri modi possibili. Tuttavia, un esame dei fatti a noi noti mostra che, quasi dappertutto, l’oggetto malattia è estratto con questo unico metodo. Questo strano fatto ci porta a una conclusione logica: la forma di cura da noi incontrata è una forma specifica, che deve essersi originata in un luogo e che da esso dev’essersi diffusa al resto del mondo.
Quando le diverse forme di trattamento primitivo furono meglio note e si ebbero a disposizione documenti attendibili, gli psichiatri incominciarono a interessarsene.
Charcot si era interessato delle manifestazioni psicopatologiche tra le popolazioni primitive e desiderava confrontarle con quelle dei suoi pazienti parigini affetti da isteria. Uno dei suoi collaboratori, Meige, raccolse resoconti su casi di possessione e di esorcismo tra gli indigeni dell’Africa centrale e una donna africana, che era giunta dalla terra natia con gravi sintomi isterici, fu esaminata e sottoposta a trattamento nella corsia di Charcot all’Ospedale della Salpétrière.
Nel 1932, Oskar Pfister fece un commento sul resoconto di una cura fatta da uno stregone navaho e ne tentò un’interpretazione in termini psicoanalitici. Altri studi simili furono pubblicati da analisti freudiani e junghiani.
Tra gli antropologi, Claude Lévi – Strauss ha sottolineato la fondamentale identità fra taluni concetti antichissimi della medicina primitiva e taluni nuovi concetti della moderna psicologia.

Assenza e richamo dell’anima

Secondo un antico concetto, si ha malattia quando l’anima (spontaneamente o per un incidente) abbandona il corpo oppure è sottratta da spiriti o fattucchieri. Il guaritore cerca l’anima assente o perduta, la riporta indietro e la restituisce al corpo cui appartiene.
Tale teoria della malattia è molto diffusa, ma non è universale. Essa domina tra alcune delle popolazioni più primitive della terra, come i negritos della penisola malese, i pigmei delle Filippine, gli australiani e in generale i popoli che appartengono a quello che Greabner e Schmidt chiamarono l’Urkulturkreis (cerchio delle civiltà primitive).
Questa teoria della malattia si può anche trovare tra popolazioni provviste di culture più avanzate, soprattutto in aree come la Siberia, Africa nordoccidentale, Indonesia, Nuova Guinea e Melanesia, ma vi sono molte variazioni locali riguardo alla natura dell’anima, alle cause e ai fattori della sua assenza, al luogo in cui si è diretta l’anima assente e alle possibilità di curare la malattia.
Questa teoria della malattia si collega a un particolare concetto di anima che è stato oggetto dei primi studi di Tylor. Durante il sonno, o lo stato d’incoscienza, l'”anima” pare separata dal corpo. Nei sogni e nelle visioni il dormiente vede forme umane differenti da quelle della sua esperienza conscia. Queste due nozioni si combinano nella teoria che l’uomo porti in sé una specie di duplicato, un’anima o fantasma la cui presenza nel corpo costituisce un prerequisito della vita normale, ma che è capace di abbandonare provvisoriamente il corpo e di allontanarsene, specialmente nel corso del sonno.
Con le parole di Frazer: “L’anima di uno che dorme è supposta vagare lontano dal corpo e visitare realmente quei luoghi, vedere quelle persone e compiere quegli atti di cui sogna.” Durante questi vagabondaggi l’anima può andare incontro a incidenti e a pericoli di ogni sorta, descritti da Frazer nelle sue classiche pagine sui pericoli dell’anima. L’anima, ad esempio, può perdere l’orientamento, subire danni, oppure separarsi dal corpo se il dormiente è risvegliato in modo improvviso, quando l’anima è lontana da lui. Essa può essere catturata e imprigionata da spiriti maligni nel corso dei suoi vagabondaggi e così può anche abbandonare il corpo, durante lo stato di veglia, in particolare dopo uno spavento improvviso. Infine può anche essere tolta con la forza dal corpo, ad opera di spettri, demoni o fattucchieri.
Quindi il trattamento della malattia è costituito dal trovare, richiamare indietro e restituire al corpo l’anima assente da esso. Tuttavia le tecniche, come anche le teorie della malattia, sono molto diverse. A volte l’anima perduta rimane nel mondo fisico, lontano o vicino al paziente; a volte essa si allontana nel mondo dei morti o degli spiriti. Quest’ultimo concetto si trova prevalentemente in Siberia, dove la cura può essere praticata solo da uno sciamano, vale a dire un uomo che, nel corso della sua lunga iniziazione, ha conosciuto il mondo degli spiriti ed è, così, capace di agire da mediatore tra quel mondo e il mondo dei viventi. Gli etnologi russi hanno raccolto molti interessanti resoconti sull’opera degli sciamani. Uno di essi, Ksenofontov, afferma:

“Quando un essere umano ha “perso l’anima”, lo sciamano si porta in uno stato di estasi per mezzo di tecniche particolari; mentre egli è in tale stato, la sua anima raggiunge il mondo degli spiriti. Gli sciamani affermano di potere, ad esempio, seguire nell’altro mondo le tracce dell’anima perduta, nello stesso modo in cui un cacciatore segue la selvaggina nel mondo fisico. Essi spesso devono venire a patti con gli spiriti che hanno sottratto l’anima, propiziarseli e offrire doni. Talvolta debbono lottare con gli spiriti e di solito ciò avviene con l’aiuto di altri spiriti loro alleati. Quando ottengono la vittoria, a volte, devono premunirsi contro la vendetta degli spiriti maligni. Dopo aver catturato l’anima perduta, la riportano indietro e la restituiscono al corpo cui è stata sottratta, ottenendo così la guarigione”.

In altre parti del mondo, il guaritore non deve allontanarsi tanto, né deve portarsi nello stato di estasi. La tecnica può essere semplicemente costituita di evocazioni di spiriti e altre operazioni magiche. Questo è quanto avviene tra gli indiani quechua del Perù. Quanto segue è un riassunto del resoconto di Sal y Rosas:

“Gli indiani quechua credono che l’anima (o forse solo una sua parte) possa lasciare il corpo, spontaneamente o perché è costretta a farlo. La malattia del susto può avere origine in due modi: o per uno spavento causato, ad esempio, dal tuono, dalla vista di un grosso animale o di un serpente ecc., o a causa di influssi malefici non accompagnati da spavento. Tra le forze malefiche che possono dare la perdita dell’anima, l’influsso della terra è considerato supremo. I quechua hanno un grande timore di certe rocce e di certe caverne, in particolare delle antiche rovine inca. Che il susto avvenga per uno spavento o no, in entrambi i casi la potenza da placare è la terra”.

Tra le primitive teorie della malattia, probabilmente il concetto di perdita dell’anima è quello che alla nostra mentalità suona più bizzarro. Non c’è nulla di più lontano dai nostri principi di trattamento che la restituzione al paziente della sua anima perduta. Ma, se andiamo al di là dell’elemento culturale giungendo alle radici dei fatti, possiamo trovare dei connotati in comune tra questi concetti primitivi e i nostri.

Intrusione ed estrazione di un oggetto malattia

Secondo questa teoria, la malattia è causata dalla presenza, all’interno del corpo, di una sostanza estranea dannosa, come un pezzetto d’osso, una pietruzza, una scheggia di legno, un piccolo animale. Taluni popoli credono che la malattia non sia causata dall’oggetto in sé, ma da una particolare “essenza malattia” contenuta in esso. A volte si crede che l’oggetto malattia dannoso sia fatto entrare nel corpo da uno stregone.
Questa teoria della malattia è molto diffusa in America (con l’eccezione degli eschimesi della, parte orientale), è comune nella Siberia orientale, nell’Asia sudorientale, in Australia, nella Nuova Zelanda e in varie altre parti del mondo. Se ne trovano anche molte tracce nella medicina popolare e nel folclore europei. Notevole è la connessione tra questa teoria della malattia e una forma specifica di trattamento: lo stregone usa la propria bocca per succhiare via l’oggetto malattia. Altri metodi, come il massaggio, sono molto meno comuni.
E’ ovvio come l’oggetto malattia, apparentemente estratto dallo stregone, sia fatto comparire mediante un gioco di prestigio; ciò spiega perché alcuni europei, dopo avere osservato tali procedure di guarigione, abbiano dichiarato che gli stregoni sono solo degli impostori e dei ciarlatani. Tuttavia su una cosa non ci sono dubbi: spesso tali cure hanno successo.
Si è anche fatto notare come, tra certe popolazioni, la natura stessa dell’oggetto malattia impedisce al paziente, o dovrebbe impedirgli assolutamente, di credere che l’oggetto gli sia stato estratto dal corpo. Siamo qui di fronte a una situazione molto comune in antropologia. Per comprendere il significato di un costume o di una credenza, occorre valutarli all’interno delle strutture sociali della comunità. Così non possiamo comprendere questo tipo di terapia senza conoscere l’atteggiamento mentale e le convinzioni degli indigeni per quanto concerne sia la malattia, sia lo stregone, sia la cura da lui praticata.
Ma a sua volta la cerimonia può essere efficace solo all’interno di una struttura psicologica e sociologica che include:

1. la fede del guaritore nelle proprie abilità, anche se sa che, in parte, la tecnica deve fare affidamento su qualche tipo di ciarlataneria;

2. la fede del paziente nelle capacità del guaritore e, naturalmente, il successo e la fama di un guaritore hanno l’effetto di far aumentare la fede pubblica nelle sue abilità;

3. sia la malattia, sia il metodo di guarigione e il guaritore devono essere accettati e riconosciuti come tali dal gruppo sociale.

Lo sciamano è un membro di un’organizzazione provvista di un suo tipo di addestramento, delle sue scuole, delle sue norme rigorose, dei suoi luoghi d’incontro, dei suoi agenti segreti, e anche delle sue rivalità nei confronti di altre organizzazioni simili.
Per noi, l’idea di curare le malattie estraendo ed esibendo un oggetto malattia è inconcepibile, al pari di quella di richiamare un’anima assente.
Tuttavia, anche per un paziente del mondo civile, è un momento impressionante quello in cui l’oggetto della sua malattia gli viene mostrato fisicamente quando un chirurgo, per esempio, gli mostra il tumore che gli ha rimosso dal corpo, o il dentista il dente guasto, o il medico di famiglia la tenia espulsa.
Il terapeuta della mente non può mostrare al proprio paziente alcun oggetto concreto ma, in alcune forme di malattia psico – somatica, possiamo trovare alcune somiglianze con il processo di materializzazione della malattia.

Guarigione per ipnosi

E’ ancora oggetto di controversie fino a che punto si applicasse, o tuttora si applichi, l’ipnosi nella medicina primitiva, nonostante la quantità di dati raccolti. Senza dubbio durante molti procedimenti primitivi di guarigione si hanno spesso nei pazienti degli stati ipnotici o semipnotici. Tuttavia non è ben chiara fino a che punto, in tali casi, lo stato ipnotico sia volontariamente indotto dallo stregone, o se esso non sia piuttosto un effetto collaterale del procedimento nel suo complesso.
Non c’è dubbio, però, che taluni stregoni siano capaci di compiere un uso conscio e intenzionale dell’ipnosi per ottenere lo scopo desiderato; ciò ad esempio è mostrato dalle cerimonie che accompagnano l’iniziazione di uno stregone australiano. L’ipnosi infatti costituisce la spiegazione più probabile delle descrizioni, fornite da tali stregoni, dei poteri fantastici che sarebbero stati loro conferiti. Queste descrizioni sono simili in tutto il continente, anche nelle regioni più lontane.
Secondo Elkin tutti gli stregoni australiani sono concordi nell’affermare che, durante l’iniziazione finale, i loro corpi sono stati aperti, i loro organi sono stati asportati e sostituiti con altri e le incisioni sono state curate senza lasciare segno. Si afferma anche che questi stregoni sono capaci di produrre allucinazioni collettive, come la visione di una corda magica. Queste allucinazioni sono molto simili a quelle che sono state riferite dal Tibet, e quindi Elkin fa l’ipotesi che la scienza segreta degli australiani e dei tibetani abbia origine da una fonte comune.
Anche se questi fatti sembrano indicare la presenza della conoscenza dell’ipnosi tra gli stregoni, non per questo debbono implicare necessariamente che l’ipnosi sia usata consciamente per scopi terapeutici.
L’esempio che più si avvicina alla moderna procedura dell’ipnosi si trova in un documento rinvenuto in un papiro egizio, che risale al terzo secolo dopo Cristo, pubblicato da Brugsch. Esso riferisce come fosse indotta l’ipnosi in un ragazzo per mezzo della fissazione dello sguardo su un oggetto luminoso e descrive ciò che il ragazzo disse di vedere e di udire- mentre era in trance. Questo indicherebbe che l’ipnosi era usata semplicemente come mezzo per ottenere la chiaroveggenza e non come mezzo terapeutico. Si è anche detto che le visioni terrificanti della caverna di Trofonio e le visioni guaritrici degli asclepiei fossero ipnotiche; è certamente possibile, ma non ne abbiamo prove.

Guarigione magica

In molte delle procedure di guarigione, che sono state finora passate in rassegna, si è parlato di magia o si è detto che contenevano degli elementi magici, tuttavia la magia copre un campo molto più vasto di quanto non sia quello della medicina.
Si può definire la magia dicendo che essa costituisce una tecnica, non adeguata al suo scopo, per assicurare all’uomo il potere sulle forze naturali e che essa è un’anticipazione erronea della scienza. Per mezzo della sua pseudotecnica, il mago si sforza di ottenere tutto ciò che l’uomo moderno riesce a ottenere con mezzi scientifici adeguati. Ma, mentre la scienza è “neutrale” e può venire impiegata per ottenere tanto dei risultati “buoni” quanto dei risultati “cattivi”, la magia è di solito suddivisa, molto più rigorosamente di quanto non lo sia la scienza, in pratiche di magia “buona” e “cattiva” (“magia bianca” e “magia nera”). La “nera” darebbe origine alle malattie, la “bianca”, invece, le curerebbe.
La magia è stata anche descritta come un sistema in cui gli aspetti della vita sociale sono illecitamente proiettati nel mondo materiale. Nella sua ignoranza delle leggi dell’universo, astratte, costanti, impersonali, la magia le sostituisce con un sistema di regole e di rapporti reciproci simili a quello della vita sociale. Ci si rivolge alle forze della natura con evocazioni e con incantesimi formulati a imitazione del modello fornito dalle esigenze e dai comandamenti del vivere sociale. I riti della magia ricalcano il modello delle cerimonie sociali: in tal modo si suppone che il mago acquisti il controllo su certe forze della natura, come ad esempio il tempo atmosferico, la fecondità degli animali, l’abbondanza delle messi e che, inoltre, il mago possa anche far sorgere le malattie e curarle.
Le pratiche della medicina primitiva, che sono dette magiche, formano un gruppo eterogeneo, divisibile in diversi sottogruppi:

1. a volte c’è un uso razionale (seppure nascosto dietro apparenze diverse) di farmaci o veleni realmente efficaci, anche se, perlopiù, le sostanze usate nella magia agiscono probabilmente da placebo;
2. poteri parapsicologici come la chiaroveggenza e la telepatia, possono pure venire usati occasionalmente;
3. a volte è probabile la presenza di manifestazioni ipnotiche;
4. c’è senza dubbio anche un uso molto esteso di trucchi e di giochi di prestigio;
5. probabilmente la suggestione è l’agente più importante che opera nelle pratiche della magia. Una procedura magica può effettivamente raggiungere il suo scopo, perché l’individuo che vi si sottopone crede fermamente nella sua efficacia, perché il mago crede nei propri poteri e perché l’intera comunità crede nell’esistenza e nell’efficacia dell’arte magica, in quanto sente che tale arte è necessaria per mantenere la coesione sociale.

Tra le popolazioni primitive, la credenza nella magia è universale. Essa ha continuato a sussistere presso i popoli civili (soprattutto con il nome di stregoneria) fino a un’epoca relativamente recente ed è scomparsa solo per influsso della scienza. Il potere, per non dire l’onnipotenza, attribuito ai maghi dalle popolazioni primitive è mostrato dalla credenza molto diffusa che sia possibile uccidere una persona per mezzo di una magia e salvarla all’ultimo momento per mezzo di una contromagia, o magia riparatrice. In realtà ciò è ben più di una superstizione e ci sono rapporti, provenienti da alcune parti del mondo come l’Australia e la Melanesia, che mostrano come si verifichino delle malattie magiche.
Se un mago è capace, per mezzo di suggestione collettiva, sia di causare la morte psicogena della propria vittima, sia di strapparla rapidamente dagli artigli della morte, allora un mago sarà anche capace di produrre, mediante la suggestione, un numero elevato di sintomi e di malattie e poi di guarirli.
Egli dovrebbe anche essere capace di curare molti ammalati, che semplicemente credono o sospettano di essere vittime di incantesimi. In tali casi, occorre un ulteriore processo magico: riconoscere se una persona sia stata stregata o no e, nel caso lo fosse, trovare chi ne è stato l’artefice; quest’ultimo è un compito che spesso viene affidato a uno specialista, il divinatore.
Ci sono molti tipi di maghi e innumerevoli varietà di pratiche magiche, maligne o riparatrici che siano. Molte di queste pratiche sopravvivono ancora nella medicina popolare dei paesi civili. Una ricerca sistematica sulla medicina magica potrà senza dubbio essere d’aiuto a comprendere meglio quelle manifestazioni che chiamiamo suggestione e autosuggestione.

Caratteristiche fondamentali della guarigione primitiva

Non dobbiamo trascurare le differenze tra la guarigione primitiva e la psicoterapia moderna e non dobbiamo neppure trascurare come, in tutte le innumerevoli varietà di guarigione primitiva, si possono riconoscere talune caratteristiche fondamentali.
1. Il guaritore primitivo svolge, all’interno della propria comunità, una funzione molto più importante di quella oggi svolta dai medici. L’uomo della medicina non si occupa solo del benessere del proprio popolo (dal far piovere al far ottenere la vittoria in guerra); egli è spesso un mago temuto e a volte è il bardo che conosce le leggende sull’origine del mondo e la storia della tribù. Molto prima che sorgesse la divisione del lavoro, il guaritore era é l’unica persona che, come il capotribù e il sacerdote, avesse un rango sociale inerente alla sua professione.
2. Nei casi di malesseri gravi o pericolosi, i pazienti si affidano completamente alla persona del guaritore, danno a lei tutta la fiducia, pongono ogni speranza in lei, piuttosto che nelle medicazioni o nelle altre tecniche di guarigione usate. Si direbbe, dunque, che l’agente più importante, nell’ottenere la guarigione, sia proprio la personalità del guaritore, che si somma all’abilità e alla competenza necessarie. Maeder fa una distinzione fra tre tipi di guaritore primitivo: il primo è quello che potrebbe chiamarsi “guaritore secolare”, vale a dire colui che si serve di metodi razionali (o che vorrebbero essere tali); il secondo è il “mago”, che agisce per mezzo del suo prestigio personale e della suggestione; il terzo è il “guaritore religioso”: secondo Maeder, il paziente proietta su di lui I”‘archetipo del Salvatore” e il guaritore cerca di risvegliare e d’incrementare le tendenze verso la guarigione spontanea già presenti nel paziente stesso.
3. Il guaritore primitivo è un saggio e una persona molto abile: “un uomo di rango elevato”. Molti guaritori primitivi imparano la loro arte da altri guaritori e fanno parte di un gruppo sociale che si tramanda, da individuo a individuo, tradizioni e conoscenze segrete. Molti devono sottoporsi a una “malattia d’iniziazione”, ed effettivamente ci sono numerosi guaritori primitivi che vanno soggetti a manifestazioni psicopatologiche.
4. Il guaritore può essere, o non essere, competente per quanto riguarda il trattamento delle fratture, la conoscenza delle droghe, il massaggio e tutti gli altri trattamenti empirici, che spesso sono lasciati al guaritore secolare. Infatti i suoi metodi più importanti di guarigione sono di natura psicologica, tanto che si tratti di curare una malattia organica, quanto che si tratti di curare una malattia mentale. Nelle società primitive, la distinzione tra corpo e anima non è così nettamente delineata come lo è nella nostra società e l’uomo della medicina può benissimo venire considerato alla stregua di un medico psicosomatico.
5. Quasi sempre la guarigione primitiva è un procedimento pubblico e collettivo. Di solito il paziente non si reca da solo dal guaritore, ma vi è accompagnato da parenti che rimangono presenti durante il trattamento. Il trattamento è, nello stesso tempo, una cerimonia che viene eseguita all’interno di un gruppo che è strutturato in maniera definita, che può essere composto sia dall’intera tribù del paziente, sia dai membri di una “società della medicina”, cui successivamente si unirà il paziente, una volta guarito.

Psicoterapia scientifica

Con la fine del sedicesimo secolo e nel diciassettesimo, si inaugurò una nuova era con la nascita della scienza moderna. Mentre nella prima era della scienza la conoscenza si era affidata all’osservazione e alla deduzione, la conoscenza scientifica moderna si basò sulla sperimentazione e sulla misurazione. La scienza tende all’unificazione del sapere umano: c’è una sola scienza e le diverse scienze ne sono i diversi rami. Ciò elimina la possibilità dell’esistenza di diverse scuole, l’una a fianco dell’altra, ciascuna con le dottrine sue proprie e con le sue proprie tradizioni, opposte a quelle delle altre scuole. Così la medicina divenne un ramo della scienza, la psichiatria un ramo della medicina e la psicoterapia un’applicazione della psichiatria, basata su scoperte scientifiche.
In questa prospettiva il medico, compreso lo psichiatra, diviene sempre più un tecnico e uno specialista. Poiché la scienza è una conoscenza che comprende tutto, essa non può ammettere la validità della guarigione extrascientifica: da questo nasce il disprezzo della medicina “ufficiale” per qualsiasi tipo di medicina primitiva e di medicina popolare (un tipo di medicina, quest’ultimo, che contiene i resti della guarigione primitiva “scientifica” e della prima medicina scientifica).

La moderna psicoterapia dinamica

Storicamente, la moderna psicoterapia dinamica deriva dalla medicina primitiva, e si può dimostrare che non ci sono soluzioni di continuità tra esorcismo e magnetismo, tra magnetismo e ipnotismo e tra ipnotismo e moderne scuole dinamiche.

Vediamo come talune caratteristiche della moderna terapia dinamica indichino chiaramente il sussistere di una sua parentela con la guarigione primitiva. Spesso gli psicoanalisti sono considerati come delle persone più eminenti, all’interno della comunità, di quanto non lo siano i normali medici “scientifici”.
La personalità dello psicoanalista è il suo più importante strumento terapeutico. L’addestramento dello psicoanalista, il training, è una cosa ben più severa e più esigente di quanto non lo sia quello della maggior parte degli altri specialisti della medicina e include una lunga analisi personale (l’analisi didattica), volta a elaborare i problemi emotivi dello psicoanalista. La psicoterapia dinamica ha dato origine a una reviviscenza della medicina psicosomatica. La moderna psichiatria dinamica è divisa in un certo numero di “scuole”, ciascuna delle quali ha la sua dottrina, i suoi insegnamenti, il suo training.

GUARIGIONE PRIMITIVA

TERAPIA SCIENTIFICA
1. Il guaritore è molto più di un semplice medico; egli è la personalità più ragguardevole del suo gruppo sociale. 1. Il terapeuta è uno specialista al pari di tutti gli altri.
2. Il guaritore esercita la propria azione soprattutto attraverso la propria personalità. 2. Il terapeuta applica delle tecniche specifiche in una maniera impersonale.
3. Il guaritore è soprattutto un medico psicosomatico; egli tratta molte malattie organiche con tecniche psicologiche. 3. C’è un taglio netto tra le terapie fisica e psichica. In psichiatria l’accento è posto sul trattamento fisico dei disturbi mentali.
4. L’addestramento del guaritore è lungo e severo, e spesso include l’esperienza di un grave disturbo emotivo, che egli deve superare per poi poter essere capace di guarire altre persone. 4. L’addestramento è puramente di tipo razionale e non prende in considerazione i problemi personali, medici, o emotivi del terapeuta.
5. Il guaritore appartiene a una scuola che ha i suoi insegna menti e le sue tradizioni diversi quelli delle altre scuole. 5. Il terapeuta agisce in base a una medicina unificata, la quale è un ramo della scienza e non è un insegnamento esoterico.

4 – MALATTIA LINGUAGGIO DELL’ANIMA

“Il mio cuore è un liuto: non appena lo si tocca lui risuona”.

Edgar Allan Poe

Dato che tutti gli esseri umani hanno dei sintomi, la loro è la lingua più parlata del mondo. Sebbene sia parlata perfettamente da tutti, viene capita consapevolmente da pochi. Più intellettuale una persona è, più in generale è limitata la sua capacità intuitiva per questo tipo di linguaggio.
Oltre al linguaggio del corpo, anche quello verbale può esserci di grande aiuto. Non soltanto il corpo parla, ma il linguaggio è anche corporeo. La grande quantità di espressioni psicosomatiche getta luce su corpo e anima. Una persona bloccata non ha necessariamente un embolo, ma in senso figurato, il flusso della sua vita è in blocco: una persona amareggiata non stringe niente di amaro sotto i denti e un “testone” non ha necessariamente una testa abnorme. Soltanto quando l’individuo perde la consapevolezza di tali comportamenti interiori, questi tendono a incorporarsi. Non deve quindi sorprendere, tanto il fatto che il nostro corpo risponda a un trattamento, ma anche a un’interpretazione.
Ancora più chiaramente della lingua ufficiale, il dialetto evidenzia le relazioni tra corpo e anima, soprattutto là dove la situazione è più cruda e meno adatta alla vita di società. Anche i modi di dire e i proverbi rivelano spesso un sapere profondo sui rapporti tra corpo e anima. Che l’amore passi attraverso lo stomaco era noto al proverbio molto tempo prima che la psicologia potesse dimostrare che il bambino, dal seno della madre, riceve molto più di semplici calorie.
Nella pratica psicoterapeutica è possibile utilizzare questa teoria: nelle fasi difficili, infatti, riusciamo a comunicare attraverso la pelle, o meglio attraverso la resistenza cutanea del paziente: ad essa sono estranei tutti i giochi in maschera o a nascondino, che il suo possessore può aver sviluppato.

Mito e fiaba

Un valido aiuto all’interpretazione ci viene offerto dalla mitologia e dalle vite di personaggi straordinari, divenuti mito avendo realizzato le analogie col proprio modello. Anche le fiabe ci confrontano con motivi archetipici che, non di rado, emergono in panni moderni nella vita individuale. Tali modelli esterni, che spesso si riscontrano anche nella poesia, non sono altro che essenza di esperienze di vita. Uno degli scopi della terapia della reincarnazione è di ricercare quei modelli e di far prendere coscienza del proprio mito. Per l’interpretazione delle malattie è certamente utile rendersi conto del proprio mito e di scoprire quale ruolo la malattia abbia in esso.
Ogni persona ha la propria fiaba, indipendentemente dal fatto che sogni con quelle immagini oppure no. Scoprire questa fiaba può essere di grande aiuto sulla via che porta all’interpretazione della malattia e alla comprensione del significato dell’intero modello della vita. In base alle fiabe è possibile capire anche il livello del modello. Le fiabe che raccontano di re e di incantesimi, come quelle raccolte dai fratelli Grimm, rappresentano in sostanza un grande modello, la via dell’anima verso la perfezione. L’eroe deve allontanarsi dalla propria casa, effettuando una scelta che talvolta viene favorita dalla presenza di matrigne arcigne o da altri problemi esterni. Dovrà poi superare le prove che la vita presenta, prima di trovare finalmente la sua altra metà, legarsi ad essa nel rito nuziale e divenire immortale. Tale modello di base è comune alla maggior parte delle fiabe e rappresenta la via psicologica comune a tutti. li significato di molte fiabe si trova nei tanti diversi archetipi più individuali, che si sovrappongono al modello di base e rappresentano cammini di vita più personali.

Malattia e rituale: i rituali della nostra società

Le antiche civiltà che conosciamo avevano, senza eccezione, un elemento comune: dai simboli creavano dei rituali per le fasi principali di passaggio della vita, ma anche per la vita quotidiana con le sue esigenze. Soltanto l’uomo moderno crede di poter fare a meno dei rituali, che considera superstizioni superate. Con queste basi è ancora più sorprendente constatare quanti rituali sopravvivano ancora nel XXI secolo.
Trascurati e volutamente ignorati, dominano di fatto il quadro della società. Accanto alle poche cerimonie, consapevolmente conservate, come battesimo, cresima, matrimonio, sepoltura, ce ne sono moltissime altre, di cui siamo più o meno consapevoli, che vivono proprio grazie al loro carattere rituale. Piccoli rituali obbligatori riempiono la nostra vita quotidiana, ad esempio quando un adulto, camminando sul marciapiede, non può fare a meno di muoversi secondo la forma del marciapiede stesso o, addirittura, sul treno in movimento deve assolutamente contare i pali che gli passano davanti; oppure sente l’esigenza di controllare per almeno cinque volte che l’auto sia veramente chiusa, la porta di casa sprangata, che le spine siano state tolte dalle prese e cosi via. Tutte queste azioni non sono dovute a una motivazione logica, sono soltanto, come è proprio del rito, atti che hanno valore in quanto tali.
Ogni conclusione di contratto, che consiste nella consapevole accettazione di fatti specifici attraverso una firma fatta di proprio pugno, segue una procedura rituale. Non è assolutamente possibile dattiloscrivere o stampigliare il proprio nome alla fine del contratto, anche se sarebbe certamente meglio leggibile.
In campo politico, la cerimonia che accompagna la ratifica di un trattato assume caratteristiche di un rituale di riconoscimento. Anche i consueti rapporti umani sono sottoposti a regole rituali che, considerate in modo isolato e valutate da un punto di vista funzionale, si rivelano ben poco sensate.
La nostra vita è caratterizzata da simboli e segni, dai colori dei nostri abiti alla segnaletica stradale. Tutte le procedure rituali vivono del solo fatto di essere accettate e seguite. Le regole e i segnali stradali non hanno di per sé alcun significato, ma sono rispettati da tutti e regolano le situazioni più difficili. I rituali non sono logici, bensì simbolici, sono modelli in azione operanti, senza i quali la vita sociale sarebbe impossibile.
Il problema, a questo punto, è che i rituali di cui non siamo consapevoli sono meno efficaci di quelli consapevoli e che nelle moderne società industriali predomina una forte tendenza all’inconscio. L’importanza dei rituali si sgancia sempre più dalla coscienza e precipita nell’ombra. A livello sociale, forme prive di significato, degenerano nell’abitudine: ancorate con radici profonde a modelli un tempo consapevoli, sono sempre vitali. Quando il significato originario è ormai dimenticato, sopravvivono le abitudini che danno alla società una certa cornice.

Rituali di passaggio

Le fasi di transizione della vita umana esigono un rituale e sempre l’hanno avuto.
Mentre le culture arcaiche confidavano sulla forza iniziatica dei riti della pubertà, noi abbiamo tolto ulteriormente vigore ai loro ultimi relitti, comunione e cresima. Vissuti senza alcuna consapevolezza, essi degenerano in abitudini che non svolgono più la loro funzione. Per i giovani d’oggi è difficile divenire adulti, poiché mancano loro quei consapevoli riti di passaggio capaci di farli approdare in modo sicuro nel nuovo modello di vita, cioè nel mondo degli adulti, che ha regole e simboli completamente diversi. Credendo di risparmiare ai ragazzi gli orrori della più oscura superstizione, li abbiamo invece derubati di importanti possibilità di maturare. Per quanto dure e crudeli possano essere state le cerimonie iniziatiche delle culture arcaiche, che includevano giornate trascorse nella foresta e in caverne oscure, sanguinose prove di coraggio e incontri con spiriti incutenti panico, si trattava di passi che permettevano l’accesso al nuovo livello.
Poiché il passaggio non avviene senza riti, i giovani d’oggi devono cercare alternative. Le prime sigarette, fumate quasi ritualmente fra amici, costituiscono un tentativo in questo senso.
Sapendo bene di non essere ancora adulti, osano anticipare uno dei privilegi del mondo dei grandi proibito a loro. Infrangendo questo tabù gli adolescenti sperano inconsciamente di ottenere l’ingresso nel nuovo modello. Proprio come nei riti arcaici della pubertà, il gesto è dominato dalla paura. Il nuovo livello è pericoloso e la prima sigaretta lo dimostra. La maggior parte di coloro che partecipano a questo rito prova paura ma, tossendo in modo coraggioso e aggressivo, supera le difficoltà iniziali.
In passato i giovani apprendisti artigiani venivano mandati a imparare fuori di casa e, fino a qualche anno fa, anche le ragazze andavano a lavorare alla pari all’estero per fare esperienze diverse e per “farsi le ossa”: la società era ancora consapevole di quanto i giovani avrebbero potuto diventare pericolosi, se non si fosse frenata la loro baldanza.

Rituali della medicina moderna

Nei tempi antichi, l’inizio della vita veniva celebrato con un rituale di nascita, mentre la fine dell’esistenza con un rituale di morte. Oggi abbiamo per lo più confinato entrambi nelle cliniche e, di conseguenza, in una sorta di nascondiglio, dove si svolgono rituali inconsci. I rituali della medicina possono aiutarci a capire il valore generale della ritualistica nei processi di guarigione.
Osservando attentamente, ci si rende conto che nelle cliniche moderne ha luogo una quantità impressionante di magie che farebbe onore a qualsiasi medico. Quando anticamente i pazienti si mettevano sotto la protezione di un guaritore, si affidavano di fatto all’altro mondo e, rimettendosi a Dio, ovvero allo sciamano suo rappresentante, rinunciavano ad autogestirsi. Anche oggi, a livelli ancor più alti, si verifica qualcosa di simile: il paziente moderno, una volta arrivato alla porta della clinica, rinuncia ad ogni diritto di autodeterminazione. La porta costituisce sempre un punto importante di ogni clinica, poiché sorveglia l’ingresso nell’altro mondo, svolgendo le funzioni che in passato erano proprie della porta del tempio: il mondo al di là della porta fa paura per la sua imperscrutabilità e per tutto ciò che si cela dietro a ogni malattia. I pazienti non di rado si sentono angosciati per ciò che dovranno affrontare e che riescono solo a intuire. Simili sensazioni erano probabilmente vissute anche da chi, nell’antichità, andava alla ricerca della guarigione in un tempio di Esculapio.
Non appena i pazienti, seguendo una procedura molto severa, vengono registrati, sono subito mandati a letto. Anche quando arrivano in piena salute, la sera prima di una visita o di un’operazione, essendo in ospedale devono necessariamente stare a letto. La testa, centrale di comando del corpo, non deve mantenersi in posizione eretta: deve, in linea di principio, restare bassa. Con ciò si acquisisce la certezza che i pazienti, almeno fisicamente, sono ai piedi dei medici e che i rapporti non avvengono allo stesso livello. Nella forma e nel contenuto i malati vengono trasformati in tempi brevissimi in pazienti (dal latino “colui che ha pazienza”).
Tanti piccoli dettagli favoriscono questo processo: se i pazienti vogliono passeggiare, lo devono fare in pigiama, in camicia da notte o in accappatoio, certamente non come farebbero adulti normali. Del resto, tanto sani non possono essere se, durante la visita, devono rimanere a letto, aspettando pazientemente che i loro semidei pronuncino la loro sentenza. Sono proprio loro, infatti, a decidere ampiamente della sorte dei pazienti, ai quali vengono comunicati soltanto i risultati finali: mentre i medici si consultano, si servono infatti di un linguaggio misterioso, difficilmente comprensibile ai più, confrontano curve, grafici e misurazioni, che hanno l’apparenza di impenetrabili arcani.
La visita, cioè il controllo medico al capezzale del malato, si svolge sempre secondo un rigido rituale: in genere viene celebrato un saggio di perfetta gerarchia. Gerarchia significa letteralmente in greco “dominio degli dei”. Quindi è una logica conseguenza che il capo, posto in cima a questa gerarchia, domini come il sacerdote del sole e ripartisca i poteri tra coloro che fanno parte del suo seguito. Le libertà, che la fanteria delle infermiere concede, vengono gradualmente escluse: lui dà l’impressione di sapere tutto e non ha bisogno di fornire alcuna motivazione.
Nella mente dei pazienti può affiorare il ricordo di un padre severo, di un autoritario capo famiglia. Rispetto e stima vengono imposti, se non si instaurano spontaneamente. I tentativi di quest’epoca democratica di eliminare le gerarchie incontrano, proprio in medicina, ostacoli profondamente radicati.
L’intero rituale di regressione, progettato con cura, ha per i pazienti anche lati piacevoli: ad esempio, vengono portati in giro quasi sempre col proprio letto, perfino quando potrebbero camminare. L’importante è che non si affatichino e che non pensino troppo. La pace del corpo, dell’anima e dello spirito viene raccomandata caldamente. Così un’altra conseguenza è che non i pazienti, bensì i dottori, decidano quando i primi posano ricominciare a muoversi con le proprie gambe e tornare a casa.
Naturalmente la medicina ha inventato molte motivazioni per giustificare tali disposizioni, senza bisogno di ricorrere alla parola rituale.
Si dice che i dottori di diverse nazionalità, per poter comunicare tra loro, dovrebbero parlare latino: se fossero tentati di farlo, sarebbero senz’altro presi per pazzi. In ogni caso, c’è sempre abbastanza latino tra i medici: le parole decisive vengono espresse in codice davanti ai pazienti, ai quali, come ai bambini, non si vuol far conoscere tutta la verità.
Molti elementi, tra cui la magia relativa all’igiene, fanno pensare a motivazioni più profonde. All’origine il bianco era ostacolato dalla medicina, però nel tempo l’igiene è riuscita ad ottenere un posto fondamentale tra i nuovi riti sostitutivi. Oggi il bianco viene difeso energicamente e, talvolta, in modo irrazionale, proprio come in origine era combattuto. Queste cariche emotive così forti sono in generale un segnale nascosto dietro a una situazione. In questo caso, le norme igieniche emergono dal profondo, insieme alle cerimonie di purificazione. Una purificazione densa di significato è quella che si può osservare nei chirurghi nella fase preparatoria all’operazione. Si lavano le mani per diversi minuti, sotto acqua calda corrente, servendosi di un sapone forte e di una spazzola dura. I tempi di questo lavaggio sono prestabiliti e controllati scrupolosamente con orologi di precisione. Tuttavia al termine di questa operazione le mani sono ancora così “sporche” che alla fine vengono nuovamente irrorate a lungo con dell’alcol ad alta gradazione. Infine restano ancora molti dubbi sulla loro reale pulizia e vengono, quindi, nascoste sotto guanti di gomma sterilizzati. Nei riti magici erano consapevolmente previste delle cerimonie di purificazione per le mani, però non altrettanto minuziose.
Contemporaneamente viene pronunciato il giudizio finale sulla malattia: vengono fissati scadenze e farmaci ai quali il paziente dovrà cedere. Con la prescrizione il medico, forte della sua autorità, stabilisce e decreta una proroga per il paziente e il suo sintomo. Una volta trascorso il periodo stabilito, il paziente è automaticamente guarito. Questa minaccia era stata prima attestata con un certificato di inabilità al lavoro, ora invece con un secondo documento il paziente viene rapidamente dimesso. La malattia è sempre una regressione e porta automaticamente l’uomo ad assumere l’atteggiamento di chi è stato consegnato alla giustizia o di chi si trova in una condizione di assoluta impotenza. La posizione orizzontale fa capire una cosa: non è la vita che giace ai nostri piedi, ma siamo noi che giaciamo ai piedi della vita. Questo rende ogni forma di malattia dignitosa e onesta. L’atteggiamento di umiltà, unito alla necessità di raccoglimento e all’obbligo di obbedire alle parole “Sia fatta la Tua volontà”, ha effetti salutari. La malattia permette, allora, di prendersi una vacanza dall’estenuante comportamento umano e, soprattutto, dal “sia fatta la mia volontà”. Più consapevolmente si accetta questa condizione e si trova l’umiltà necessaria ad affrontarla, più efficace risulterà il rito di guarigione.
Da questo punto di vista i tentativi di dare al paziente uguaglianza di diritti, pur pensati in buona fede, risultano sempre controproduttivi, rispetto al vero e proprio modello di guarigione descritto. Ciò è particolarmente evidente nei reparti ospedalieri privati, dove il trattamento di prima classe non determina affatto guarigioni migliori: non si tratta, perciò, di immettere il paziente nella situazione determinata dalla sua malattia o di far valere i suoi diritti: quello di cui ha bisogno è l’acquisizione della consapevolezza della propria situazione di impotenza. Anche gli inconsapevoli riti moderni, che hanno luogo negli ospedali, possono soddisfare tale esigenza.
L’effetto placebo, considerato con sospetto dai medici che pensano in modo soltanto scientifico e, più che mai, la “droga – medico”, sono parti essenziali del rituale moderno della medicina.
Con effetto placebo si intende ogni importante effetto farmacologico, non dovuto al prodotto somministrato, ma alla suggestione e che quindi è connesso col rituale della somministrazione dei farmaco, presieduto dal medico. Anche nei ritrovati chimici più potenti è stata riscontrata la presenza di questo effetto. Perfino le droghe, come la morfina, possono talvolta essere sostituite con prodotti che si sono dimostrati in grado di produrre un effetto placebo adeguato.
Tanto più i pazienti sono messi nella condizione di riconoscere, almeno simbolicamente, la sovranità incontrastata del sacro all’interno della gerarchia, tanto più grandi diventano le loro possibilità di guarigione. Il dottore è, in questo caso, colui sul quale è proiettata la nostalgia di una guida che accompagni e aiuti a raggiungere un luogo più alto, se possibile altissimo.

Rituali della medicina antica

La medicina antica ci rivela la forza dei campi energetici creati dai rituali. Gli ospedali dell’antichità erano i templi del dio Esculapio. I malati e coloro che avevano bisogno di assistenza, affrontavano lunghi viaggi per raggiungerli. Al loro arrivo, venivano introdotti dai servitori dei riti preparatori di armonizzazione e purificazione.
Tra le scienze oggi conosciute, soltanto l’igiene e la dietetica avevano un ruolo, che peraltro, era molto più ampio di quello loro attribuito ai nostri giorni.
Al centro di questa medicina c’era il tempio stesso di Esculapio, inteso come spazio. I tanti rituali creavano il campo in cui poteva avvenire la guarigione. Il paziente, per intere settimane, veniva preparato a vivere nella notte decisiva del suo soggiorno il sonno del tempio, la cosiddetta incubazione. In quella notte particolare, si coricava in quel punto specifico del tempio, in un’atmosfera appositamente preparata con luci ed essenze profumate e alla fine si addormentava. L’avvenimento decisivo accadeva nel sonno, secondo il detto: “Ai suoi il Signore dona nel sonno”. Il paziente sognava la soluzione del suo problema: o la vedeva concretamente in immagini davanti ai suoi occhi, oppure gli appariva Esculapio, che gli spiegava dove portava la sua strada.

Per le nostre concezioni moderne questa procedura sembra ingenua, però dovremmo prendere atto del fatto che questa medicina aveva successo e produceva guarigioni. In base alla moderna psicologia, potremmo dire che veniva creato uno spazio all’interno del quale la soluzione poteva emergere dall’inconscio. Se si intende la guarigione in senso più
profondo e non soltanto in quello di riparazione, questa medicina non ha affatto bisogno di nascondersi al confronto di quella moderna: al contrario, conosceva processi che noi stiamo riscoprendo soltanto adesso. Nella misura in cui impareremo a prendere coscienza dei campi che ci dominano e a lavorare con essi, ricominceremo ad avere rispetto per la medicina antica, che si basava sulla conoscenza del rituale.
Molte cose ci fanno pensare che i campi morfogenetici costituiscano le vere e proprie strutture in cui si realizzano crescite e guarigioni.
E’ possibile così spiegare armonicamente anche la grande crescita, l’evoluzione: i campi creano la cornice all’interno della quale si prepara tale evoluzione. Ad una cornice specifica si adattano, però, soltanto immagini specifiche e così nell’evoluzione non tutto è possibile, bensì soltanto ciò che si adatta alla cornice.
Perciò anche la guarigione nel senso di completo ristabilimento, non è raggiungibile in ogni caso, ma solo se rientra nella natura del soggetto, se cioè è prevista nel suo modello.

Malattia e modello

Le malattie costituiscono dei campi: ad ogni sintomo non corrisponde soltanto una forma corporea, bensì anche un relativo campo costituito da modelli di comportamento e di strategie di vita (e di sopravvivenza).
Nella malattia una certa quantità di energia si trasforma in una struttura fissa, che si radica profondamente nell’inconscio come modello.
Soltanto l’aspetto formale emerge fino a divenire visibile, proprio come la punta di un iceberg.
Il campo che crea la malattia, si nutre del modello celato nel profondo. Questo è paragonabile ad una cornice accessibile a diversi aspetti che ad essa si adattano, ma non a tutti. La cornice stabilisce il principio che può esprimersi nel proprio campo. Probabilmente, nella migliore delle ipotesi, è possibile vedere il modello, cioè la cornice, ma la sua concreta realizzazione è affidata al tempo. La precognizione quindi esiste ma niente può essere previsto con certezza.
Trasferito alla malattia, ciò significa: una tematica di base, ad esempio un problema di aggressività, stabilisce il modello. A livello superficiale può assumere anche aspetti visibilmente molto diversi, come allergie, pressione alta, calcoli biliari o mangiarsi le unghie, ma tali manifestazioni descrivono soltanto il livello corporeo superficiale. Anche sul piano del comportamento c’è una vasta gamma di possibilità, con cui lo stesso modello può esprimersi.
Ai diversi livelli troviamo le più diverse possibilità di configurazione, che peraltro restano tutte ancorate alle possibilità determinate dal modello di base: soltanto ricerche più approfondite del modello possono individuare la tematica.
I modelli che creano le condizioni della cornice, determinano la nostra vita.
La conoscenza di sé è, in ultima analisi, consapevolezza del modello, l’auto – realizzazione è la sua accettazione e redenzione. L’opera di auto – conoscenza va di conseguenza dai livelli superficiali, corpo e comportamento, fino al nucleo divino dell’essere, il Sé. L’essere prigioniero in modelli inconsci impedisce l’accesso al vero Sé.
La genetica offre un’altra via, ormai riconosciuta di accesso ai modelli. Nel codice genetico del DNA sono contenute tutte le Informazioni che ci riguardano: in esso non sono fissate soltanto le condizioni corporee generali, ma anche qualcosa del nostro comportamento. Di conseguenza anche i modelli originari dovrebbero esservi contenuti.
Le attuali conoscenze genetiche sono già in grado di fornirci molte informazioni sul concepimento e riescono quindi a delineare una cornice più chiara. In ogni caso, dalla fecondazione di una cellula uovo umana potrà nascere soltanto un essere umano.
Il modello è già presente e le possibilità di conoscerlo vengono acquisite nel corso della vita. Nella cornice di ciò che è previsto, esse si realizzano nel tempo.
Un altro livello, che consente di conoscere i modelli, è quello degli archetipi di C. G. Jung. Affini ad essi sono i principi primi, come ad esempio l’astrologia, che ne costituiscono la base. I principi primi sono di fatto archetipi molto puri: esistono molti archetipi, però si lavora soltanto con sette o dieci di loro, che prendono il nome dai pianeti. Ciò che l’uomo deve imparare, nel corso della sua esistenza, è stabilito nei modelli, i quali a loro volta si fondano sui principi primi e sui loro rapporti.

5 – TERAPIE ENERGETICHE

“La musica ed i colori sono per la nostra mente ciò che l’aria e la luce sono per il corpo”. Platone

Il Reiki – Energia vitale universale

Reiki è un antico metodo di cura che venne riscoperto in Giappone dal Dottor Mikao Usui, intorno alla fine del XIX secolo.
Il termine giapponese Reiki deriva dall’unione di due sillabe: Re – Ki significano rispettivamente “Energia Universale” e “Forza Vitale” che scorre in ogni forma di vita; “Reiki” significa quindi “Energia Vitale Universale”.. Attraverso l’utilizzo di questa Energia, di qualità molto sottile, si riporta armonia sui diversi livelli: spirituale, mentale, emotivo e fisico.
Ciò che i mistici sostenevano fin dall’antichità, ovvero che tutto è energia, viene oggi comprovato sempre più dalla scienza; la materia non è quindi un’entità definita e chiusa in sè stessa, ma una forza viva e pulsante, in continua relazione con se stessa e con l’esterno.
Dobbiamo ringraziare Mikao Usui se oggi, a tutti noi, è possibile accedere alla conoscenza e all’uso del Reiki.
Grazie ai suoi studi ed alla sua devozione, il dottor Usui, alla fine dell’Ottocento, riuscì ad accedere a testi antichi risalenti a più di 2500 anni prima ed in essi trovò la chiave che permetteva l’accesso e l’uso dell’ Energia Vitale, Energia Vitale Universale o Energia Divina, o comunque la si voglia chiamare.
Usui era un monaco giapponese che insegnava religione all’Università di Kyoto. Lasciato l’insegnamento, iniziò un lungo lavoro e cammino di ricerca e di meditazione, che lo condussero alla conoscenza dell’arte di guarire.
Dopo essersi dedicato per parecchi anni alla cura dei malati nei ghetti di Kyoto, realizzò e capì che la guarigione era un processo di crescita che comprendeva non solo il corpo, ma anche lo spirito e la mente. Decise di condividere la sua esperienza con chiunque avesse
il desiderio di conoscerla. Incominciò allora ad insegnare il metodo al quale dette il nome di Reiki.
Chijiro Hayashi gli succedette come grande Maestro. Per anni insegnò il Reiki in una clinica che egli stesso aveva aperto e dove, per i casi gravi, i suoi collaboratori effettuavano trattamenti anche per giorni interi. Hayashi morì il 1° maggio 1941 e la sua clinica andò distrutta durante la seconda guerra mondiale.
La terza ed ultima grande Maestra di Reiki è stata una donna proveniente dalle Hawai, di nome Hawayo Takata. Ella aveva trascorso molti mesi nella clinica di Hayashi, prima come paziente, poi come praticante e, alla morte di Hayashi, fu nominata Grande Maestra. Takata ha avuto il merito di diffondere il Reiki fuori dal Giappone. Ritornata alle Hawai, infatti, dedicò gli ultimi suoi anni all’insegnamento dei Reiki e formando nuovi Maestri, affinché mantenessero l’attività con continuità e con lo stesso spirito Alla sua morte c’erano in tutto 22 Maestri; in seguito, la diffusione di Reiki ha assunto l’impronta e l’andamento dell’Energia di questo XXI secolo.

Dal diario di Hawaio Takata:

…”Io credo che ci sia un Essere Supremo, Infinito, Assoluto, una forza dinamica che governa il mondo e l’universo, un potere spirituale invisibile che vibra e dinanzi al quale tutti gli altri poteri appassiscono nella loro insignificanza l’Assoluto”.
…”Questo potere è inimmaginabile, non misurabile, ed essendo la forza universale della vita è incomprensibile per l’uomo. Ogni singolo essere vivente riceve da Esso le sue benedizioni quotidianamente”.
…”Vari Maestri lo chiamavano il Grande Spirito, la Forza Vitale dell’Universo, l’Energia Vitale perchè il contatto con Essa vitalizza l’intero sistema, l’Onda Eterea che placa ed addolcisce il dolore ed induce ad uno stato di sonno profondo come se fosse anestesia. E’ l’Onda Cosmica che irradia vibrazioni, le quali esaltano e sollevano l’individuo ad un livello di armonia”.

Il Reiki è un metodo di guarigione che agisce direttamente sul piano energetico, ossia sull’aura, sui chakra e sui corpi sottili esplicando la sua azione sui blocchi energetici, che sono la causa primaria delle malattie.
Attraverso il Reiki prendiamo contatto con tutto il nostro essere, spirituale, mentale, emozionale e fisico e sollecitiamo la guarigione naturale su tutti i piani.
Chi pratica Reiki sentirà l’energia scorrere e la percepirà attraverso i sensi sotto forma di calore o di vibrazioni sottili; chi riceve Reiki percepirà un profondo rilassamento ed un piacevole senso di benessere, insieme alla diminuzione del dolore fisico. Essendo Reiki un’Onda Universale, tutto ciò che di vitale essa attraversa, ne trae grandi benefici.
Il Reiki non nuoce ai tessuti delicati o alle strutture nervose, è assolutamente innocuo ed è quindi un trattamento pratico e sicuro.
L’energia Reiki si attiva semplicemente attraverso un semplice gesto delle mani; ciò che occorre fare è unicamente lasciarla scorrere senza che intervenga la nostra volontà nè, tantomeno, la nostra energia.
Reiki non conosce nè colore, nè credo, nè età, nè religione. Esso trova la via da sè e, quando l’iniziato sarà pronto ad accettarlo, la via gli verrà mostrata.

Il cammino nel Reiki

Tutti possono essere iniziati al Reiki ed avere per tutta la vita il supporto di questa Energia.
Con il Reiki si diventa “canali” attraverso i quali scorre l’Energia Vitale Universale, in modo spontaneo ed in quantità illimitata; si diventa “tramiti” di essa per raggiungere chi sta soffrendo per portare beneficio, semplicemente attivando Reiki e con la sola imposizione delle mani.
E’ importante comprendere la funzione di “tramiti” per non cadere nel concetto di potere e di potenza che il nostro ego può insinuare in noi, che siamo unicamente dei “tramiti” di amore e di disponibilità, perché Reiki è Energia d’Amore Universale Incondizionato.

” Il ruolo del terapeuta è qualcosa di molto delicato e complesso. Per prima cosa, il terapeuta soffre degli stessi problemi che sta cercando di curare negli altri. Egli è solo un tecnico; può cercare di fingere, ingannando sè stesso, di essere un maestro, e questo è il
pericolo più grave. Basta un minimo di comprensione perchè le cose siano diverse. Come prima cosa, non pensare di aiutare gli altri, perchè questo ti fa credere di essere un salvatore, un maestro, e l’ego entra di nuovo in gioco, dalla porta di servizio…..” Osho

Applicazioni del reiki

É sull’uomo che il Reiki trova la sua maggiore applicazione; all’uomo può essere dato su qualsiasi parte del corpo e per tutto il tempo che si desidera.
L’energia Reiki agendo sul riequilibrio generale dell’organismo opera sull’origine dei disturbi. Non è raro, infatti, che la manifestazione dolorosa in un particolare punto del corpo, sia provocata da uno squilibrio di un altro organo; pertanto trattando l’organismo in generale, si porterà beneficio alla zona direttamente a contatto delle mani ed alle zone ad essa collegate, ai canali energetici delle aree trattate ed alle zone riflesse.
I risultati possono essere immediati o richiedere tempo, poiché ogni individuo è unico e reagirà nei tempi e nei modi personali.
Il Reiki non costituisce una terapia alternativa alla medicina, ma un coiadiuvante della terapia e dell’intervento medico. Non rappresenta una soluzione miracolosa e pertanto non è dato creare aspettative di alcun genere nè a chi opera Reiki, nè a chi lo riceve.

I cristalli

Il nome “cristallo” è stato mutuato da quello del quarzo, dai greci definito “kris – tallos”, cioè ghiaccio, in quanto ritenuto acqua congelata, a temperatura talmente bassa, da renderne impossibile il ritorno allo stato liquido.
Le infinite varietà cromatiche dei minerali e delle pietre preziose, generate nelle profondità oscure del pianeta, rappresentano qualcosa di unico, nei cui confronti l’uomo, in ogni epoca, ha sempre provato una forte attrazione. I colori di una pietra sono, quasi sempre, eterni ed immutabili.
I colori sono luce e la luce solare contiene in sé tutti i colori esistenti.
Il termine “luce”, in tedesco antico, significava “ciò che illumina e da cui lo sguardo viene guarito”. La luce è una forma di energia che, irradiandosi da una determinata sorgente, si diffonde in ogni direzione. I raggi luminosi che incontrano un corpo vengono da esso riflessi o assorbiti e ciò avviene anche con i cristalli.
I cristalli, entrando in risonanza con il campo energetico umano, sprigionano l’energia in loro contenuta, riequilibrando ed alleviando, là dove necessario, gli scompensi dovuti a stanchezza e malessere, malattie e disturbi, aiutando:

==> Il corpo a ritrovare il corretto funzionamento.
==> La mente a comprendere in modo lucido.
==> La persona a ritrovare l’ottimismo e la fiducia che sembrava aver smarrito.

Utilizzando la pietra del colore adatto, si possono gradatamente superare le resistenze, modificando gli atteggiamenti nei confronti della vita e indirizzandoli nella direzione desiderata.
I miglioramenti non saranno immediati; all’inizio potrà essere necessario affrontare qualche momentanea difficoltà che, se accettata, porterà sicuramente al cambiamento.
Non bisogna dimenticare che corpo e mente non sono disgiunti, non lavorano indipendentemente l’uno dall’altra. Sono strettamente collegati; problematiche del corpo fisico si riflettono negativamente sulla mente, e viceversa; quindi, la guarigione dell’uno, porta con sé la conseguente guarigione dell’altra.
Non è necessario né credere, né “capire logicamente” i cristalli; è sufficiente provare, con un po’ di disponibilità e di ascolto, per accorgersi dell’aiuto che il mondo minerale ci offre ogni giorno, naturalmente.
L’azione esercitata dalle pietre viene rafforzata dall’impegno consapevole di individuare le cause alla base del problema che si sta affrontando e dall’ intento cosciente di risolverlo. Le pietre, dal canto loro, facilitano quest’attività analitica; gli effetti delle pietre permangono anche dopo il trattamento, stabilizzando il risultato ogni volta che un trattamento viene ripetuto.
I cristalli sono il risultato della “magia della natura” sugli elementi dal nostro sistema solare e dalle galassie.
I cristalli sono antenne per collegare l’uomo al di là di sé. Attraverso i cristalli l’uomo può essere in equilibrio con la terra ed il cielo.
Il lavoro con i cristalli può essere ben integrato con il Reiki, poiché l’apertura dei canali di energia favorisce la sensibilità personale a percepire anche l’energia dei cristalli.

L’energia del Praña

Il praña è una forma di energia vitale, sottile, introdotta nel corpo attraverso il respiro. Ve ne è in abbondanza nel corpo del guaritore, a sufficienza nell’individuo sano, mentre una persona malata ne è carente.
Il flusso del praña attraversa i canali energetici e i sistemi cellulari e molecolari, penetra nel corpo fisico.
Durante il processo di terapia con l’imposizione delle mani, il guaritore agisce come un cavo di collegamento, il suo sistema energetico rappresenta una batteria carica ad alto potenziale, che serve a rinvigorire il sistema energetico sottile, cioè a basso potenziale, di un individuo malato: questo passaggio di energia dal potenziale alto al basso è simile all’elettricità e si comporta in modo analogo.
La bioenergia è una potenzialità umana naturale che può manifestarsi in ogni individuo sano. Però, come una persona che possiede una bella voce deve esercitarsi e studiare molto per diventare un cantante, la stessa cosa vale per il terapeuta, il quale possiede sì doti naturali, ma dovrà imparare a usare queste forze, studiare anatomia e frequentare una scuola.
Vi sono due metodi di cura: da un lato c’è un metodo, che può essere definito terapia magnetica, rappresentato dal riequilibrio sui campi magnetici del paziente, mediante l’imposizione delle mani.
L’altro è quello in cui il terapeuta che lo pratica abitualmente si sintonizza con le forze del cosmo, che proietterà sul paziente tramite le mani e il pensiero.
I guaritori che applicano entrambi i metodi si definiscono “canali di una sorgente superiore di energia”.

Riflessioni di Goethe sulla pranoterapia

Con la Teoria dei colori, Goethe realizzò quello che egli considerava il suo progetto scientifico più ambizioso e impegnativo.
Egli amava i suoi scritti scientifici tanto quanto le sue opere poetiche, anzi poneva addirittura la sua Teoria dei colori al di sopra del Faust. Al di là della polemica con Newton, in cui rinveniamo il suo immediato significato storico, la produzione letteraria di Goethe, presenta una fisionomia del tutto singolare: lo scrupolo dell’osservazione unito a un vigile spirito filosofico, l’amore per l’esperienza della natura e il culto di uno stile che è anche forma di vita.
Il lavoro di Goethe ha saputo perciò conservare una vitalità ininterrotta, offrendo temi e materiali di riflessione agli psicologi, ai filosofi, a pittori come Kandinskij e Klee e testimonia ancora oggi un ideale di unità del sapere, che conserva per noi un’antica suggestione.
Le sue pagine sono magnetiche, forse la loro magia sta nell’inesplicabile talento del grande pensatore di saper dissolvere il confine tra chi scrive e chi legge.
Goethe era un grande iniziato come Mozart, possedeva delle intuizioni che lo portavano al di là del mondo dei sensi. Nello stesso tempo non si dedicava solo alle opere letterarie e poetiche, ma anche alla ricerca scientifica.
Egli scrisse:

“La forza magnetica dell’uomo si estende
a tutti gli uomini, agli animali e alle piante.
L’uomo è in grado di risanare altri esseri,
egli è il farmaco primordiale.
E’ l’inconscio divino, la natura stessa che dirige le mani.
L’essere umano è un privilegiato
rispetto alle altre categorie.
Come singolo uomo riunisce in sé
tutti gli influssi cosmici e terrestri.
Come tale è un macrocosmo in un microcosmo,
è l’immagine della grandezza.
In lui appaiono tutte le forze risanatrici.
L’artista anela a innalzarsi,
ma il guaritore
quando vuole con cuore sincero
dare guarigione e aiuto,
si innalza.
Il cuore della vita è l’incontro
tra le forze cosmiche e terrene.”

Wolfgang Goethe


PARTE SECONDA


Per ovvi motivi legati alla privacy, i casi descritti in questa parte del lavoro sono stati volutamente criptati, i nomi delle persone camuffati, per rendere impossibile ogni riconoscimento.
La loro descrizione e pubblicazione, è stata autorizzata dai soggetti in questione

1 – CASO RAMONA

Ramona è una donna di 39 anni di media statura, biondina, carina e umile.
L’ho conosciuta tramite una mia amica. Accetto di darle un appuntamento durante il quale mi espone il suo caso.
Tutto è iniziato circa tre anni fa, stava male, soffriva di capogiri, svenimenti, malesseri vari, aveva provato diverse cure, senza risultati.
Decide di parlarne con il suo ex compagno, che lavora nella sua stessa ditta, il quale conosce delle persone nell’ambito dei cosiddetti “guaritori”.
Mi parla di Tito.
L’ha conosciuto una decina di anni di prima e si sono frequentati, per qualche anno. All’inizio andava tutto bene, poi Tito ha incominciato a diventare violento.
La picchiava e, anche nella sfera sessuale, ha cominciato a prenderla con violenza (mi ha raccontato dettagli che, per delicatezza nei suoi confronti, non descrivo); con il passare degli anni degenera sempre di più. Ramona mi spiega che ha impiegato molto tempo e subito parecchie umiliazioni, prima di riuscire a rompere la relazione.
Tito, in modo molto convincente, le comunica che è cambiato, che non le farebbe più del male, anzi, che farà di tutto per aiutarla a stare bene.
Quindi la conduce da un suo amico, conosciuto come esperto in arti magiche e guaritore, di nome Rosco; il suo responso è che Ramona dovrà sottoporsi a diverse sedute di guarigione, perché preda di energie ed entità negative: per eliminarle ci vorrà tempo e saranno necessarie molte sedute.
Ramona si lascia convincere e, dopo diversi incontri, la sua salute pare migliorata.
Rosco le sta molto vicino, la porta a conoscere la famiglia, i suoi luoghi preferiti, la tenuta in campagna, vanno a fare delle gite con degli amici di lui su di un monte, conosciuto come luogo energetico e magico.
Ramona incomincia a percepire che ha delle intenzioni non positive nei suoi confronti e ciò che ruota attorno a lui non è del tutto armonico o positivo (amicizie, luoghi, rituali ecc…), gliene parla e lui incomincia a farle strani discorsi, del tipo: “Devi diventare la mia compagna di cammino nella luce; stai con me e ti insegnerò i segreti della magia; ti erudirò nelle arti di guarigione; mi aiuterai con i miei discepoli…”.
Ramona, dopo un tentativo d’abbraccio troppo spinto, dirada gli incontri e le sedute con Rosco.
Alcune settimane dopo questo episodio, incomincia ad avere dei malesseri notevoli, incubi notturni, crisi d’ansia, sbalzi d’umore, crisi d’identità con “sensazioni di non sentirsi più lei e di sentirsi controllata” e problemi ginecologici.
Rosco le dice che ormai è preda di una forte entità negativa e le parla di un rituale da fare per scacciarla del tutto; lei all’inizio rifiuta.
Sempre più spaventata, chiede consiglio a persone che non fanno parte del giro di Rosco e si reca da un sacerdote, conosciuto come pratico di rituali d’esorcismo. Questi le conferma che è “presa” da forti entità negative; lei vede delle cose che la spaventano e si allontana, turbata, dal luogo religioso.
I disturbi continuano a peggiorare e Tito insiste nel dire che il rituale di Rosco è l’unico modo per scacciare l’entità negativa che si è insinuata dentro di lei.
Il logorio continuo di pressioni e convincimenti fanno sì che, ad un certo punto, Ramona ceda e acconsenta a sottoporsi alla cerimonia ritualistica di guarigione propostale; Rosco stabilisce la data e il luogo: andrà lui da lei un pomeriggio.
Il giorno stabilito Rosco si presenta assieme a Tito. Lei pensa che Tito abbia solo accompagnato l’amico, ma poi si rende conto che lui rimane per assistere, cerca di protestare, di tirarsi indietro…ne discutono, prendono un caffè e “qualcos’altro” e Ramona si sente stordita, probabilmente sotto effetto di qualche sostanza.
Continua il racconto fra singhiozzi, lacrime, tremolii; fatico a tenerla calma, con la mano sulla sua spalla le passo continuamente energia, le faccio capire che gli sono vicino con il cuore.
La costringono a spogliarsi e Rosco la prende sessualmente, dicendo che entrare in lei è l’unico modo per scacciare il maligno. Lei non è in grado di opporre resistenza, la prendono anche tutti e due insieme; per tutto il pomeriggio, continuano con il loro “rituale esorcizzante”. Ramona ricorda tanto dolore, nausea.
Da quel pomeriggio si sente sporca, inquinata, una donna persa, dorme poco, ha sempre la visione di quel dopo pranzo davanti gli occhi, dentro il cuore sente il gelo… piange continuamente, si vergogna di se stessa, non ha più potuto e voluto avere rapporti con altri uomini, anche a causa di problemi e dolori vaginali, conseguenza del “rituale d’esorcismo” subito.
A causa di tutto ciò, si allontana dai famigliari.
Tra le lacrime mi chiede se posso aiutarla, mi dice che Rosco ha cercato di rivederla, dicendole che ormai appartiene a lui, che la farà felice; sostiene che ciò che le hanno fatto era necessario… Ramona, fortunatamente, ha rifiutato con fermezza.
Succede un fatto particolare: un giorno, al lavoro, un suo collega le si avvicina e inizia a prenderla a pugni nella schiena, all’altezza della cervicale, causandole un’immobilità e costringendola ad assentarsi dal lavoro per quattro mesi.
Ramona sporge denuncia penale contro il collega, che viene licenziato dal lavoro; successivamente lei viene a conoscenza che il collega aggressore era, ed è, amico di Tito.
Ancora adesso lei soffre di disturbi all’articolazione del braccio e alla schiena.
Prendiamo accordi per fare delle sedute di rilassamento e ipnosi per la settimana successiva.

Prima seduta

Pratico a Ramona un trattamento rilassante di reiki di circa un’ora, quindi incomincio a guidarla in trance, inducendola a visualizzare un prato verde con tanti fiori… un cielo azzurro con nuvolette bianche… le chiedo di giocare a dar loro delle forme, man mano che passano, un laghetto d’acqua limpida dove specchiarsi…lei si vede sporca…la invito ad immergersi in quella stupenda, acqua limpida…e quando esce le chiedo di immaginarsi purificata e luminosa… le do la suggestione di avere lasciato delle cose nel lago, che l’acqua ha purificato.
La riconduco al suo presente e le chiedo come sta.
Riapre gli occhi e mi comunica di sentirsi meglio, come dopo una doccia rinfrescante. Sono trascorse circa due ore, lei è sorridente, ma evidentemente affaticata; a questo punto terminiamo la seduta e prendiamo appuntamento per la settimana successiva.

Seconda seduta

Chiedo a Ramona di raccontarmi come ha passato la settimana e lei mi dice che si è sentita abbastanza bene, le ansie sono diminuite, ha dormito di più e meglio. E’ abbastanza soddisfatta.
Dopo un primo momento di rilassamento, la mando in trance e le chiedo di immaginare uno specchio, di vedere riflessa una bella ragazza, di parlare con lei. Le chiedo di indicarmi, con un cenno del dito indice, se la ragazza che vede riflessa nello specchio è come vorrebbe essere lei: bella, luminosa, sorridente…di guardare attentamente i particolari… lei mi fa un cenno affermativo…
… le chiedo ancora di farmi un cenno se la ragazza che vede potrebbe essere lei… Ramona sorride… le chiedo di fissare nella sua mente incosnscia l’immagine che sta osservando e le dico che potrà portare con sé quell’immagine, al suo presente, e richiamarla ogni volta che lo vorrà… al risveglio potrà tenere con sé tutto ciò che di positivo l’esperienza le ha dato…
Do a Ramona il tempo che le serve per immedesimarsi nell’immagine che si è formata davanti a lei e poi la richiamo al presente, facendole fare lunghi e profondi respiri. Si risveglia, mi dice di sentirsi bene, sorride.
Stabiliamo un altro incontro, dopo sette giorni; nel frattempo la sento per telefono e mi dice che dorme più serena, ha meno incubi, si sta riavvicinando ai genitori, dai quali si era allontanata.

Terza seduta

Ho notato dei cambiamenti positivI in Ramona: pettinatura, abbigliamento e trucco, segno che ha incominciato ad autostimarsi. Inizia subito a raccontarmi che ha reinstaurato un buon rapporto con la sorella e con il resto della famiglia, dorme meglio ed è andata in discoteca con una nuova compagnia.
Decido di farle un’induzione per rafforzare la sua nuova immagine.
Le faccio immaginare un grande pianoro, in un paesaggio primaverile. La invito a camminare su questo grande prato verde, solcato da una profonda voragine…
Da un lato si visualizza nello stato attuale e vede, sull’altro versante, la Ramona che vorrebbe diventare… quella che aveva visto riflessa nello specchio…
Le chiedo di continuare a camminare verso il punto in cui la crepa nel terreno si restringe, fino a scomparire.
A quel punto le due immagini di Ramona si incontrano e si uniscono in un abbraccio.
La Ramona vecchia diventa una cosa sola con quella che lei desidera essere, completamente rigenerata e piena di energia…
La invito a tornare al suo presente portando con sé quell’immagine.
Al suo risveglio mi dice si sentirsi bene, si sente più “leggera” e fiduciosa di aver intrapreso un cammino di benefico cambiamento.

Verifica

Ho rivisto Ramona dopo circa due mesi, continua a stare bene e non mi ha più parlato del suo doloroso passato.
Il rapporto con la famiglia si è consolidato e ha fatto nuove amicizie.

2 – CASO MARISA

Incontro Marisa, 24 anni, durante uno scambio di trattamento shiatzu; mi chiede aiuto perché spesso sopraffatta da malessere fisico, ansia e grande tristezza.
Si sente bloccata all’altezza dello stomaco e sotto l’ombelico; le chiedo di raccontarmi qualcosa di sé e mi dice che, probabilmente, il suo stato è conseguente a situazioni vissute nell’ambito famigliare…
Dopo un momento di titubanza mi dice che il padre si è impiccato nelle scale di casa poco tempo prima. A seguito di questa tragedia la madre è andata in crisi esistenziale, soffre di crisi depressive frequenti; le due sorelle (di 30 e 12 anni) hanno anche loro patito molto la situazione e il dopo…
Per scaricare la tensione Marisa fuma molte sigarette e ciò le sta danneggiando i polmoni.
Le dò un appuntamento per sottoporla ad un trattamento energetico, nell’intento di rimuovere i blocchi che accusa di avere e contrastare i pensieri negativi che la assillano.

1 seduta

Faccio stendere Marisa su di un materassino posto al centro della stanza dove effettuo i miei trattamenti; mi siedo dietro di lei ed incomincio a farla rilassare, chiedendole di respirare profondamente e massaggiandole delicatamente le tempie. Per favorire il rilassamento metto un sottofondo musicale e, con la voce, la induco ad abbandonarsi e ad entrare in se stessa.
Quando la sento sufficientemente rilassata, le poso le mani sulle spalle e cerco di trasmetterle energia positiva… dopo circa dieci minuti Marisa incomincia a tremare con tutto il corpo e dice di sentire dolore allo stomaco ed al basso ventre.
Piano, piano, comincia ad andare indietro nel tempo con la mente… le chiedo se si sente di parlare, di dirmi cosa prova e cosa vede…
Tra tremolii e singhiozzi, con le lacrime che scorrono sul viso, ma in evidente stato di trance, racconta:
“…ho dodici anni, quasi tredici, mio padre mi accarezza in un modo che non è da padre… è molto attaccato a me, non vuole che frequenti compagnie, soprattutto maschili, nemmeno i miei compagni di scuola… ogni volta che mi vede parlare con dei ragazzi sono insulti e parolacce… piango disperata, gli dico che non voglio, ma lui continua…”
Decido che è il momento di riportare indietro Marisa, sta soffrendo troppo e la richiamo al presente.

2 seduta

Nonostante il dolore che il ricordo della sua adolescenza le ha causato nella seduta perecedente, Marisa continua a parlarmi di sé, ha voglia di raccontarmi la sua storia.
Ricorda la scuola, i compagni scherzosi, gli inviti alle feste che lei doveva rifiutare, a causa della severità del padre; la controllava sempre e, quando erano soli in casa, le era sempre addosso… con la scusa di aiutarla a fare i compiti si chiudeva con lei nella sua camera e la carezzava… il seno… le parti intime…
Lei non riesce a capire il perché e non sa cosa fare; tenta di dire al padre che si sente infastidita, ma è tutto inutile. Un giorno la getta sul letto, le chiude la bocca con una mano… Marisa urla:
“… mi sta violentando! Sta abusando di me, sento un gran dolore al basso ventre… piango… lui continua… continua… poi il silenzio. Lui si alza e mi dice di non raccontare niente alla mamma, altrimenti sarà peggio per me… dice che tanto non mi crederebbe mai… e se dovesse credermi sarebbero botte anche per lei e la mia sorellina più piccola… Mi sento male… vomito…”.
Riporto Marisa al presente, notevolmente turbata ed agitata; mi dice che per qualche giorno dopo l’episodio non è andata a scuola, aveva il ma di stomaco, stava male. E quando tornava da scuola cercava qualcuno in casa, ma no! Non c’era quasi mai nessuno, solo il padre. Era terrorizzata, il padre la portava in camera da letto, le sfilava le mutandine e le annusava, per accertarsi che non fosse stata con altri ragazzi. La chiamava “donnaccia”.
Marisa mi dice che non è mai stata con nessuno, né prima di lui, né dopo; passava il tempo a piangere e tremare e lui continuava ad abusare di lei, a bere e a violentarla. Aveva sempre più male al basso ventre…
E’ agitata, le tendo le mani e le passo un po’ di energia, cerco di rassicurarla sul fatto che è tutto finito, che il padre non può più farle del male…le chiedo di concentrarsi e di andare con la mente avanti nel tempo… tredici anni, quattordici, quindici, venti, oggi.
La faccio respirare lentamente e profondamente e, poco alla volta, si tranquillizza.

3 seduta

Raccontare tutto ciò che Marisa mi ha riferito diventa difficile, parliamo per circa due ore; è il racconto di anni di violenza continua, di minacce contro di lei, la madre e le sorelle. Il padre continua a vietarle di frequentare uomini… mi dice di aver passato “anni di inferno”. Mano a mano che racconta, entra in uno stato di trance ed io continuo a mandarle energia e visualizzazioni positive.
Alla fine sono esausto e la richiamo al suo presente.
Continuiamo a parlare, ricorda i suoi diciotto anni, la presenza continua di suo padre che abusa di lei, di come ha ridotto la madre ogni qualvolta lei si è rifiutata di sottostargli…
Alla fine è stanca, ma mi riferisce che sente il ventre meno gonfio, le pare di stare meglio, di sentirsi più leggera; tastandosi il basso ventre non percepisce più dolore.
Il blocco pare essersi attenuato e decidiamo di vederci dopo circa quindici giorni.

4 seduta

Parliamo per circa un’ora e Marisa mi dice che, quasi tutte le notti, ha incubi; uno ricorrente è la visione del padre impiccato alle scale di casa… è lei che l’ha visto per prima in quel tragico mattino e, d’improvviso, ricorda un particolare interessante: la sera prima, della tragedia, il padre l’aveva presa in disparte e le aveva detto:
“Cara bimba mia, non ti ho fatta felice, né aiutata in questa vita, ma lo farò nell’altra…”.
Mi racconta ancora del suo matrimonio, avvenuto all’età di diciotto anni, accettato per allontanarsi da casa… un’illusione… il padre non ha partecipato alla cerimonia, ma pochi giorni dopo è andato a trovarla, sapendola sola, nel tentativo di abusare ancora di lei.
Marisa si è rifiutata energicamente ed il giorno seguente la madre è stata brutalmente picchiata… il calvario è ricominciato… il padre la costringeva ad allontanare il marito per continuare ad avere rapporti sessuali con lei.
Il suo matrimonio ha cominciato a vacillare, detestava il padre e tutti gli uomini, provava dolore nei rapporti sessuali, anche con il marito.
La induco in trance, le chiedo di rilassarsi e di lasciarsi andare… inizia a tremare e a raccontarmi il suo incubo… vede il padre impiccato… la madre e la sorellina maltrattate…
Mi viene un’idea: la porto in regressione fino alla mattina dell’impiccagione del padre e le chiedo di immaginare una finestra aperta, inondata di luce bianca… le faccio visualizzare il padre, anche lui vestito di bianco che passa attraverso la finestra aperta e la saluta sorridente, dicendole che è libera…
Noto le labbra di Marisa che accennano un sorriso, non trema più. La richiamo al suo presente, lasciandola ritornare con i suoi tempi. E’ passata circa una mezz’ora.
Riapre gli occhi e mi dice di sentirsi sollevata, come rigenerata, leggera e più serena.

5 seduta

Ci rivediamo dopo una settimana e Marisa mi dice che ha cominciato a dormire meglio, gli incubi sono scomparsi e la sua vita matrimoniale ha ricominciato a prendere forma. Mi chiede aiuto per sua madre.

Riflessione

In questi incontri sono partito con una tecnica energetica e ho proseguito con sedute di ipnosi ed ipnosi regressiva; ho portato Marisa a reincorniciare il suo problema, a vedere il padre sotto una nuova luce, a perdonarlo e a riappacificarsi con lui e con se stessa, con i suoi sensi di colpa, per non essere stata capace di opporsi alle sue continue violenze.

3 – CASO ANGELICA

Angelica è una bella donna di 45 anni, conosciuta ad un corso di Danza Terapia; mi dice che soffre di ansia, tachicardia, insicurezza.
Le fisso un appuntamento per sottoporla ad un trattamento di riequilibrio energetico.

1 seduta

Tutto è iniziato con calma e tranquillità, con Angelica distesa su di un materassino, supina; io mi pongo in ginocchio dietro le sue spalle, per rilassarla, con tocchi delicati delle mani.
La sua respirazione è calma e regolare.
Mi sposto alla sua sinistra, mi inginocchio di fianco a lei e le dico di accelerare e approfondire il respiro. Mano a mano che respira, la incito a “buttare fuori” la paura che percepisce nella pancia. Poco alla volta, questa paura sale in superficie, sì da farla piangere e singhiozzare intensamente.
Scossa dai singhiozzi, dice a voce alta: “Sei cattiva! Non ti voglio!Sei venuta qui per portarmi via mamma e papà!”. E ancora piangendo: “Vai via, non ti voglio! Sei cattiva! Nessuno mi vuole bene! Voglio che qualcuno mi abbracci! Mamma, ti voglio! Io non sono cattiva, io non sono cattiva!”. Non riesce a fermare i singhiozzi e le parole, mentre io mi sposto nuovamente dietro le sue spalle ed accompagno il suo respiro affannoso ed il suo pianto, posando le mani alternativamente sul capo o sulle spalle.
Dopo una breve pausa riprende: “No! Non l’ho fatto apposta, non volevo far cadere Antonella dalla culla, non l’ho fatto apposta, non volevo! Non dirlo a papà, ti prego, non sono cattiva! Non sono cattiva!”. Tutto ciò continuando a piangere e singhiozzare.
Poi si rannicchia su se stessa dicendo: “Io sono piccola, io sono piccola, io non sono cattiva, io sono brava! Voglio che tutti lo sappiano!”.
Cercando di tranquillizzarla, intercalo le sue parole dicendole: “No, non sei cattiva, loro lo sanno, sei solo una bambina, loro lo sanno”.
Da ciò che dice, percepisco che sente intensamente la forza dell’amore della nonna materna, la sua madrina defunta da anni poichè dice: “Nonna, ti voglio, perché te ne sei andata, perché mi hai lasciata sola? Solo tu mi volevi bene!”.
La rassicuro dicendole che la nonna non se n’è andata, che è con lei e che le sta sempre accanto.
Piano, piano, incomincia a calmarsi e a sentirsi meglio, il pianto diminuisce, mentre mormora: “Nonna, ti voglio bene, io non sono cattiva, io sono brava e voglio che tutti lo sappiano. Nonna resta con me…”.
Rispettando i suoi tempi la riporto al presente; lentamente si risveglia.
Mi dice di sentirsi stanca ma sollevata.
Angelica riferisce di essere rimasta cosciente, di essere lì, in quella stanza, con me, di aver percepito una dolce musica in lontananza, ma nello stesso tempo di essersi trovata, all’improvviso, dentro di sé e proiettata indietro nel tempo, fino all’età di quattro anni e mezzo, all’epoca in cui è nata sua sorella.
Prendiamo appuntamento per la settimana successiva.

2 seduta

Induco Angelica in rilassamento, avvalendomi di una tecnica ipnotica e la mando in trance. Pare essere ritornata al punto in cui avevamo “staccato” la volta precedente; piange e dice: “Ho paura! Ho paura! Non mi lasciare, ho paura!”
Le chiedo: “Di cosa hai paura?”. E lei: “Non lo so, ma ho paura, non mi lasciare!”.
Istintivamente si aggrappa con le mani alle mie.
Le dico: “Sono qui con te, non ti lascio, fai uscire questa paura, è la paura di essere picchiata dai tuoi genitori per aver fatto cadere tua sorella dalla culla. Tu non l’hai fatta cadere, eri solo lì vicino, ma loro hanno incolpato te e ti hanno sgridata. Tante volte ti sei presa delle colpe che non erano tue, ora è tutto finito”.
Improvvisamente, la paura si scioglie e Angelica dice di sentirsi più grande, adulta: “Ma io sono grande adesso, sono grande e non ho più paura, non c’è più bisogno di avere paura! Io però voglio bene a mia sorella, a mia mamma e a mio papà”.
Le chiedo se ha voglia di riconciliarsi con la mamma: “Dille che le vuoi bene!”.
Esita un po’, ma poi pronuncia le parole: “Antonella, ti voglio bene… papà, ti voglio bene… mamma, ti voglio bene…” e li saluta con un cenno della mano.
Il suo respiro, lentamente, diventa più calmo e regolare, le lacrime smettono di scendere.
A questo punto lascia le mie mani e comincia a ridere, rannicchia le gambe e continua a ridere, mentre dice: “Ma posso ridere, è bello ridere! Mamma non voleva che ridessi, ma io posso ridere!”.
Ed io, ridendo con lei dico: “Ma certo che puoi ridere, fallo finché ne hai voglia, ridi!”.
Piano, piano, tutto torna alla normalità, si placa, si rilassa, distende le gambe e riprende contatto con la realtà, l’ambiente circostante e se stessa.
Mi dice di sentirsi libera, leggera e felice.
Siamo entrambi soddisfatti del lavoro fatto e del risultato ottenuto.
Il tutto, con mia grande sorpresa, è durato 90′.

CONCLUSIONI

Al termine di questo lavoro, posso affermare, all’interno della mia esperienza, che le tecniche di armonizzazione del corpo e le terapie energetiche che adopero attuando i miei percorsi di counselling, hanno tutte l’ipnosi come principio terapeutico.
Sebbene le modalità con cui esse vengono applicate siano diverse, tutte portano la persona in uno stato mentale alternativo, la guidano a scendere profondamente dentro se stessa e a dialogare con il proprio inconscio. Ciò le permette di trovare nuove soluzioni a vecchi problemi, a vedere strade alternative, nuove possibilità di affrontare la realtà, ad uscire dall’empasse in cui si è venuta e trovare in un determinato momento della propria vita e dal quale non riusciva a venire fuori.
Con qualunque tecnica lavori, il mio modo di pormi con la persona è sempre quello di fare da tramite, di aiutarla a vedere, dentro e fuori di sé, nuove prospettive e molteplici possibilità, senza mai sostituirmi a lei, ma guidandola, rispettando i suoi tempi e le sue potenzialità del momento. Mi pongo come il “suggeritore” a teatro che dalla “buca” suggerisce all’attore una parola, una frase che lui conosce già perfettamente, ma che in quel momento gli sfugge. Così la persona ha già dentro di sé tutte le risorse, tutto ciò che le serve per cambiare, per migliorare, soltanto che a volte se ne dimentica o non si rende conto di possedere.
Un altro aspetto importante, che interviene nel rapporto di counselling, è il fatto che, sempre, il cambiamento non coinvolge soltanto la persona interessata, ma tutto il suo mondo relazionale: la famiglia, il lavoro, gli amici, il rapporto affettivo. La persona è parte di un “sistema”. Quando si innesca il meccanismo, avviene una reazione a catena: il soggetto cambia e con lui tutto il suo mondo di appartenenza.
Ciò è avvenuto in tutti e tre i casi che ho riportato nella seconda parte della tesi.
La sincronia che si viene a creare tra me ed il cliente che decide di “fidarsi ed affidarsi a me”, è un aspetto fondamentale, che non può essere mai dimenticato. Ogni volta che si lavora con una persona avviene una sorta di collegamento: lei va in trance ed io vado in trance con lei. E’ uno scambio, un fluire di energie che s’intersecano, senza le quali la “metamorfosi da bruco a farfalla” è praticamente impossibile. Come una sinfonia in cui tutti gli strumenti suonano in stupendo accordo, la musica diffonde nell’aria un’armonia di suoni, prodotti da una miriade di strumenti, che non si potrebbe esprimere anche solo
con la mancanza di uno di essi.
Nello stesso modo ipnotista ed ipnotizzato diventano una cosa sola e uno non potrebbe sussistere senza l’altro. Non c’è più distinzione tra chi guida e chi viene guidato; in questo accordo unico e singolare la trasformazione è possibile.
Nel momento in cui cambia la persona, cambia inevitabilmente anche chi la conduce.
Perciò ogni volta che attuo una relazione d’aiuto, essa è per me occasione di un nuovo e importante apprendimento.
Sono convinto che anche la preghiera, in fondo, ha un principio terapeutico in quanto, parlando con un Dio, la persona parla con se stessa e si dà delle spiegazioni.
E’ una questione di “fede” in quanto “fiducia” in ciò che fa e nella persona cui chiede aiuto.

“La preghiera è l’atteggiamento
di chi si mette sotto lo sguardo di Dio
e non degli uomini:
in questo va custodita.
Lungi dall’essere una formula magica,
dunque,
è parola che si rivolge
a Qualcuno che mi risponde,
è dialogo continuo
nel quale si sperimenta
la presenza del Padre,
il suo Amore,
la sua Provvidenza…

Anonimo


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